Martedì 23 Aprile 2024

L’ora della verità per René Benko e per il suo impero immobiliare è scoccata con un giorno di anticipo. Ieri sera la Signa, “casa madre” della holding, ha dichiarato lo stato di insolvenza e ha presentato al Tribunale commerciale di Vienna una richiesta di apertura di un processo di ristrutturazione del gruppo, con autogestione. Le servivano entro oggi 500 milioni per saldare un debito in scadenza, ma l’investitore che avrebbe dovuto fornirli non si è trovato. Stato di insolvenza significa esattamente questo: non avere i soldi per far fronte alle proprie obbligazioni.

Non è ancora il fallimento, ma un tentativo di evitarlo per salvare il salvabile. L’istituto consentirebbe ai vertici della Signa (il principale azionista Benko si è fatto da parte e il consiglio di sorveglianza della società si è affidato a un manager tedesco, Arndt Geiwitz, esperto nelle terapie di casi disperati) di gestire in proprio un piano di ristrutturazione e risanamento, con il controllo di un procuratore fallimentare nominato dal Tribunale. Presupposto perché la richiesta sia accolta dal Tribunale è che entro 90 giorni essa sia approvata dai creditori. Servono due maggioranze: la “Kopfmehrheit”, ovvero la “maggioranza delle teste” (i creditori sono 273, devono approvare la richiesta almeno 173), e la maggioranza dell’importo totale dei crediti da essi vantati. Ad essi deve essere garantito di rientrare in possesso almeno del 30% di quanto spetterebbe loro. Compito del procuratore è calcolare se la liquidazione e la realizzazione della società genererebbero per i creditori più denaro della quota offerta per il risanamento. Se il piano di risanamento non passa e i creditori non lo approvano, la società può aumentare l’offerta. Altrimenti il fallimento sarà inevitabile.

Le obbligazioni di Signa ammontano a circa 5 miliardi, a cui si contrappongono voci attive, almeno sulla carta, per 2,77 miliardi. Le ragioni del disastro le avevamo indicate negli articoli pubblicati in 4 novembre e il 26 novembre scorsi. Quella che sembra conti di più è l’aumento dei tassi di interesse bancari degli ultimi mesi. Conta perché Benko ha costruito la sua fortuna quasi esclusivamente a credito e perché ha acceso molti di quei crediti a tasso variabile. Tutto è andato bene finché i tassi erano insignificanti. Ora che l’abbuffata a costo zero è finita i nodi sono venuti al pettine.

Basti dire che le due principali società delle tante controllate da Signa – la Signa Prime Selection e la Signa Prime Development (che al momento non risulterebbero insolventi) – hanno debiti per 13 miliardi, di cui 7,7, cioè una buona metà, a tasso variabile. Per onorare questi debiti e i relativi interessi entrambe avrebbero bisogno urgente di liquidità, che al momento manca. Non riuscendo a farvi fronte, rischiano entrambe lo stato di insolvenza, che coinvolgerebbe altre società minori (ce ne sono quasi 400, di cui 36 direttamente collegate alla holding), con un inevitabile effetto domino. L’immagine del castello di carte che crolla descrive bene la situazione.

Ovviamente la “Katastrophe” non riguarda soltanto Benko e i suoi compagni di avventura. Riguarda migliaia di lavoratori alle dipendenze delle varie società e dell’indotto, riguarda i creditori (banche, fondi di investimento, investitori) che vedranno – anzi, stanno già vedendo – il loro patrimonio andare in fumo, riguarda lo Stato, che vedrà volatilizzarsi entrate fiscali, mentre dovrà farsi carico dei costi sociali del disastro.

I debiti della holding nei confronti delle banche ammontano solo in Austria a 2,2 miliardi, in gran parte con Bank Austria (controllata da Unicredit) e con il gruppo Raiffeisen. Il quotidiano Der Standard è riuscito a fare qualche conto. La sofferenza di Raiffeisen Bank International ammonta a 750 milioni. Per la Raiffeisen del Land Bassa Austria e Vienna è di 250 milioni, per quella del Land Alta Austria è di 150 milioni.

Bank Austria, che ci interessa di più, perché fa capo a una holding italiana, ha un credito con Signa di 600 milioni. Importi minori, tra i 40 e i 60 milioni, sono riferiti all’Erste Group (appartiene al gruppo delle Casse di risparmio austriache). Coinvolta anche Hypo Bank del Vorarlberg (non c’entra con la defunta Hypo Bank Alpe Adria), con 200 milioni.

Tra i creditori – non ci crederete – c’è anche l’ex cancelliere Sebastian Kurz. Ovviamente qui si parla soltanto di 1,65 milioni di euro. Come spesso è accaduto a molti ex capi di governo, da Blair a Schröder, gli affari li hanno fatti dopo aver lasciato la carica e dopo essersi dedicati da privati cittadini a lavori di consulenza, in cui le precedenti relazioni politiche nazionali e internazionali contavano non poco.

Sappiamo che Kurz era stato “assunto” da un imprenditore del settore informatico in California. Ma quell’incarico evidentemente non gli bastava (o forse si è concluso anzitempo, senza che ce ne accorgessimo), per cui aveva costituito una sua società a Vienna, la Sk Management (dove “Sk” sta per “Sebastian Kurz”). Scopo sociale? Trovare finanziatori per René Benko. La ricerca aveva avuto successo: Kurz aveva procurato all’”amico” un investitore straniero, che aveva portato alle casse di Signa 100 milioni di dollari. Per l’intermediazione la Sk Management aveva emesso una fattura di 2,4 milioni di euro. Finora ne ha incassato soltanto 750.000. Per il resto dovrà accontentarsi del 30%, ammesso che il “piano di risanamento” decolli. Altrimenti dovrà rivolgersi al curatore fallimentare.

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