Lunedì 22 Aprile 2024

Per conquistare la Cancelleria federale (nome in codice dell’operazione: “Projekt Ballhausplatz”) Sebastian Kurz si era circondato di un manipolo di pretoriani fidatissimi. Così almeno credeva e così in effetti era sembrato a tutti, finché le cose erano andate per il giusto verso e nei sondaggi l’Övp, il partito di “Basti”, viaggiava quasi al 40%. Ma l’affidabilità o, in questo caso, la devozione dei pretoriani nei confronti del capo si misurano quando le cose si mettono male.

Ora che Sebastian Kurz è accusato di false dichiarazioni davanti alla commissione d’inchiesta sullo scandalo Ibiza il cerchio magico si è incrinato. Lo si è visto in maniera clamorosa oggi, nella quinta udienza del processo che vede sul banco degli imputati l’ex cancelliere (ne avevamo parlato in due articoli il 16 ottobre e il 19 ottobre). L’ex enfant prodige della politica austriaca è stato pugnalato alle spalle da Thomas Schmid, dal devoto Thomas Schmid. Quel Thomas Schmid che le cronache di un tempo avevano definito “intimus” di Kurz, con parola latina presa in prestito dalla lingua tedesca, per sottolineare una vicinanza personale, prima che politica. O, in questo caso, una complicità.

Oggi, nell’aula del Tribunale penale di Vienna, Schmid è comparso in veste di testimone e ha dichiarato ciò che Kurz aveva sempre negato di aver fatto e che davanti alla commissione d’inchiesta aveva giurato di non aver fatto: essere intervenuto nella nomina dei vertici di Öbag, la holding delle società partecipate dallo Stato, facendo pesare la sua volontà.

Schmid oggi ha smentito platealmente il suo ex capo. Ha riferito che Kurz non si accontentava di essere informato sulla scelta dei membri della holding pubblica, ma voleva intervenire personalmente nella loro designazione. Sarebbe stato “impensabile” nominarli – ha spiegato Schmid in aula – senza il preventivo consenso di Kurz. Insomma, come si è potuto evincere dalla lettura di alcuni messaggi scambiati col telefonino, “su tutte le questioni l’ultima parola era del cancelliere”.

Nella commissione parlamentare Kurz aveva affermato il contrario, volendo far credere di non essere interessato all’assegnazione di quelli incarichi. Se avesse ammesso di essere intervenuto nelle nomine, nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire. Öbag è la holding delle società più importanti a cui lo Stato partecipa ed è perciò logico che la politica voglia o debba metterci lingua. Tutti i predecessori di Kurz lo avevano fatto.

Che cosa aveva impedito a Kurz di dire la semplice verità? L’ipotesi più probabile è che non volesse contraddire la promessa pronunciata nella corsa alla cancelleria, quella di voler introdurre in politica “un nuovo stile”, per il quale la scelta di manager pubblici non era più una spartizione di potere tra gli “amici”, ma veniva fatto soltanto in base a criteri di merito. La testimonianza resa oggi dal suo ex “intimus” ha fatto cadere questo velo di ipocrisia e messo Kurz davvero nei guai.

La difesa cercherà di ridimensionare il valore delle parole di Schmid, che avrebbe accettato di pugnalare il suo “dominus” (anche a noi piace, a questo punto, avvalerci del latino) in cambio di un trattamento di favore da parte della Procura di Stato. Vedremo se le cose andranno davvero così. Quand’anche Kurz fosse condannato, la pena sarebbe al massimo di 3 anni e, con tutta probabilità, sospesa condizionalmente. Ma il suo futuro politico – ammesso che Kurz ne avesse ancora uno all’orizzonte – sarebbe del tutto compromesso.

NELLA FOTO, Sebastian Kurz, a sinistra, e Thomas Schmid che gli mostra le spalle, nell’aula del Tribunale di Vienna, dove ieri si sono incrociati per la prima volta da quando è incominciato il processo a carico dell’ex cancelliere.

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