Lunedì 22 Aprile 2024

Preservare le radici cristiane della nostra società. Quante volte abbiamo sentito questa frase nel dibattito politico sul fenomeno delle migrazioni. Mentre da noi qualcuno mostrava il rosario, durante il comizio in piazza, in Austria un altro politico della stessa area (ora non più in attività) innalzava il crocifisso. Le radici cristiane da preservare, in antitesi alla società multiculturale che alcuni vorrebbero. Ma come si fa a preservare le radici cristiane, quando mancano i pastori? E se il vuoto lasciato dai nostri pastori è colmato da pastori che arrivano da altre latitudini, per fare un “mestiere” che noi non vogliamo più fare?

In Italia la Chiesa fa fronte alla crisi delle vocazioni sacerdotali accorpando le parrocchie e delegando alcune funzioni ai laici. In Austria, invece, si è preferito ricorrere ai preti stranieri. In Carinzia quasi un prete su due non è austriaco: 101 su 234. L’età media dei sacerdoti carinziani è di 62 anni. Non andranno in pensione come gli altri lavoratori, perché “la messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Continueranno a prestare servizio ancora per dieci, vent’anni o forse più. Lo scorso anno è andato in pensione il parroco di Himmelberg, Reinhold Berger. Ha 92 anni.

Prima o poi, comunque, anche i preti attualmente in servizio andranno in pensione e non saranno sostituiti se non in minima parte da nuove reclute. Dal 2018 a oggi sono stati ordinati sacerdoti soltanto due giovani, un terzo sarà ordinato nel corso di quest’anno; nel frattempo cinque carinziani stanno frequentando il seminario di Graz.

Le “radici cristiane” sono dunque in grave pericolo, ma, grazie a Dio, ci sono gli immigrati che vengono a darci una mano. Aveva fatto ricorso per primo al loro aiuto il vescovo Egon Kapellari e aveva seguito la sua stessa strada anche il successore Alois Schwarz. Al loro appello hanno risposto soprattutto preti polacchi: 31. Il secondo gruppo più numeroso è quello indiano, con 30 sacerdoti. Seguono la Nigeria con 9, la Germania con 8, la Slovenia con 8. Analoghe presenze si riscontrano anche nelle altre diocesi dell’Austria.

Le ragioni che inducono questi sacerdoti a lasciare la loro patria, per esercitare la loro missione pastorale in Austria, sono fondamentalmente economiche, le stesse che spingono tanti disperati a percorrere la rotta balcanica o ad affrontare i rischi di una traversata del Mediterraneo. In Austria ricevono uno stipendio che è molto più alto di quello che incasserebbero a casa loro. Ma questi sacerdoti venuti da lontano non lo fanno per avidità, ma per aiutare le diocesi di provenienza. Parte del loro stipendio, infatti, lo rispediscono in patria.

La disponibilità di preti stranieri aiuta a colmare i vuoti, ma presenta problemi di altra natura: in primo luogo di conoscenza della lingua tedesca e di capacità di integrazione. È già capitato che alcuni siano stati rimandati a casa, per difficoltà di inserimento nelle parrocchie carinziane.

NELLA FOTO, il vescovo di Klagenfurt Josef Marketz, con un gruppo di sacerdoti indiani che svolgono la loro opera pastorale in Carinzia.

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