Lunedì 22 Aprile 2024

L’amico e collega Alessandro Rinaldini si chiede oggi su X (ex Twitter): “Vi piacerebbe che Jannik Sinner fosse italiano?”. È una provocazione, evidentemente, perché Sinner è italiano. È nato a San Candido (provincia di Bolzano, Italia), è cresciuto a Sesto in val Pusteria (provincia di Bolzano, Italia), ha studiato all’Istituto tecnico “Walther” di Bolzano, in Italia, fino al quarto anno.

Ma, inutile nasconderci dietro un dito, la storia e la geografia ci dimostrano che il giovanissimo campione è italiano, ma non appartiene alla nazione italiana. Lo svela innanzitutto il suo nome e il suo cognome, il nome dei luoghi in cui è nato (Innichen, dai conquistatori italiani storpiato in San Candido) e cresciuto (Sexten, che noi italiani abbiamo tradotto per assonanza Sesto, mentre sesto, numero cardinale, in tedesco si scrive “sechster”). Lo svelano i nomi dei genitori: quello della madre, Siglinde, e quello del padre, Hanspeter.

Lo svela perfino il nome dell’istituto tecnico da lui frequentato, che è quello di Walther von der Vogelweide, il più famoso poeta della prima letteratura tedesca (Ervino Pocar lo colloca al terzo posto, in ordine cronologico, nella sua monumentale antologia dei poeti austriaci), coevo dei poeti della “scuola siciliana” alla corte di Federico II di Svevia.

Dunque, per non farla lunga, potremmo dire che Jannik Sinner ha la cittadinanza dello Stato italiano, ma appartiene alla Nazione austriaca. Ma questa distinzione solleva subito un problema, perché, come sappiamo, la nostra presidente del consiglio (o, come preferisce farsi chiamare lei, “il nostro presidente del consiglio”) confonde Stato con Nazione. Per lei (per lui?) sono la stessa cosa, mentre in realtà così non è.

Senza addentrarci in un’analisi troppo approfondita, in cui finiremmo per perderci, possiamo limitarci a osservare che l’Italia è uno Stato (non una Nazione), in cui convivono più Nazioni. Siamo tutti italiani, anche Jannik lo è, ma a volte apparteniamo a nazioni diverse: quella tedesca, quella slovena, quella friulana, quella albanese, quella catalana ecc. Probabilmente la nostra presidente del consiglio (o “il nostro presidente del consiglio”) preferirebbe che fossimo tutti omologati nella Nazione italiana e probabilmente qualcuno dei suoi “antenati” politici avrebbe già provveduto a aggiustare il nome del tennista Jannik Senner in Giovanni Sennerini.

Ma i tempi per fortuna sono cambiati e l’identità delle minoranze linguistiche in Italia è garantita dall’art. 6 della Costituzione. Un po’ quello che accadeva nell’Impero austriaco, nel quale convivevano una dozzina di nazionalità, una delle quali era quella tedesca. Certo, il tedesco era la lingua franca, che consentiva a un triestino di comunicare con un galiziano o un boemo e a tanti intellettuali giuliani, come Ervino Pocar, Giani Stuparich, Biagio Marin, Alberto Spaini, Enrico Rocca, di frequentare le Università di Vienna o di Graz, ma non esisteva un impero “tedesco”. L’impero era lo “Stato”, e al suo interno convivevano tante “Nazioni”.

Ora potremmo fare il gioco “trova le differenze”. Trova le differenze tra l’Impero austriaco e le sue nazionalità e lo Stato italiano e le sue nazionalità. La prima che balza all’occhio è che l’impero degli Asburgo riconosceva e rispettava i suoi popoli oltre un secolo fa, mentre lo Stato italiano ha dovuto attendere la Costituzione del 1948 per farlo, dando poi applicazione con molta riluttanza al suo art. 6. La seconda differenza è che il rispetto delle tante nazionalità dell’Impero era sostanziale, al punto che persino l’inno imperiale i tedeschi lo cantavano in tedesco (“Gott erhalte Franz den Kaiser”) e gli italiani in italiano (“Serbi Dio l’austriaco regno”). Ne esisteva perfino una versione in lingua friulana.

Sarebbe complicato pretendere che anche l’inno di Scipio sia declinato nelle varie lingue, ma Jannik Senner non ci ha fatto caso e dopo la vittoria in Coppa Davis lo ha cantato anche lui in italiano, assieme ai suoi compagni di squadra, dimostrando così di essere un vero campione e uno dei pochi che conosce l’inno per intero e non soltanto i due versi iniziali.

NELLA FOTO, la squadra italiana alla Coppa Davis, mentre canta l’Inno nazionale.

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