Martedì 23 Aprile 2024

Se una macchina del tempo potesse riportarci nella Carinzia di 150 anni fa, avremmo una grande sorpresa. In tutta la zona intorno al Wörthersee sentiremmo parlare in prevalenza lo sloveno. Il Wörthersee è il più grande lago del Land e una delle principali mete del turismo estivo dell’Austria. Anche molti italiani lo frequentano, ma ignorano che sul finire del 19. secolo la maggioranza dalla popolazione di qui apparteneva al gruppo etnico sloveno. A Velden, per esempio, ben nota agli italiani che sono i principali “clienti” del suo casinò, nel 1880 gli sloveni rappresentavano addirittura l’85% della popolazione.

Poi la situazione si è capovolta. Sono bastati pochi anni per trasformare la maggioranza slovena in minoranza, una minoranza sistematicamente repressa negli anni del nazionalismo tedesco e anche, in tempi recenti, negli anni di Jörg Haider. Si è assistito a una vera e propria “sostituzione etnica”, per usare un’espressione cara alle destre europee. Ma, nel caso della Carinzia, la sostituzione non ha riguardato la popolazione tedesca, cancellata dalla presunta invasione di etnie straniere. È successo il contrario: lì c’erano gli sloveni da sempre (ovviamente non dappertutto, ma nella Carinzia meridionale di sicuro), che sono stati soppiantati dalla prepotenza tedesca, fino a doversi sentire stranieri in casa propria e quasi obbligati ad assimilarsi alla razza padrona, per non essere considerati cittadini di serie B.

Il fenomeno di germanizzazione, fomentato dai gruppi tedesco-nazionali, è stato enormemente facilitato dall’avvento del turismo, che il Wörthersee incomincia a conoscere proprio nella seconda metà del 19. secolo, quando la ferrovia che parte da Vienna arriva a lambire la sponda settentrionale del lago. Da quel momento la ricca borghesia della capitale scopre le bellezze naturali della Carinzia. Si sviluppa inizialmente un turismo d’élite, perché soltanto le famiglie benestanti possono concedersi i costi e i tempi di una villeggiatura così lontana.

E la Carinzia si adegua rapidamente ai nuovi arrivati, che contribuiscono allo sviluppo di un’economia prima legata soprattutto all’agricoltura e allo sfruttamento forestale. In questo processo la componente tedesco-nazionale trova maggiore spazio, perché gli ospiti viennesi ovviamente parlano il tedesco. Nasce così a Villaco la “Commissione per il turismo nei Länder alpini”, che tende a forzare “un genuino turismo tedesco” e a marginalizzare quello sloveno.

Allo scopo di una “tutela nazionale”, la commissione propone un marchio per distinguere le strutture ricettive “tedesche o filotedesche” ed evitare che gli ospiti si “smarriscano” in quelle slovene. Una germanizzazione di tal fatta, giustificata dalla circostanza che gli ospiti parlano il tedesco, ha come conseguenza che anche gli sloveni che lavorano nel turismo rinuncino alla propria lingua e si servano soltanto di quella tedesca. Il fenomeno si ripercuote anche sulla toponomastica, perché il nome sloveno di molte località viene sostituito con quello tedesco.

I cambiamenti sono rapidissimi. A Pörtschach, tra il 1880 e il 1890, il numero degli abitanti parlanti il tedesco si quadruplica e sale al 90% della popolazione all’inizio del 20. secolo. E Velden, che fino al 1880 era abitata in prevalenza da sloveni, diventa in meno di due decenni “un luogo di villeggiatura tedesco”. Nel 1914 appare la “Guida nazionale degli insediamenti tedeschi dell’Austria”, dalla quale si evince che i luoghi della Carinzia dove si parla ancora lo sloveno non sono più considerati come destinazioni turistiche. Cancellati dalla carta geografica.

Queste ed altre informazioni sul processo di emarginazione degli sloveni della Carinzia ci vengono offerte dalle ricerche condotte dallo storico e germanista carinziano Alexander Verdnik, autore di numerose pubblicazioni sulla storia del nazismo in Carinzia. Sono proprio queste sue ricerche ad illuminarci anche su un altro fenomeno del primo turismo carinziano: non solo gli sloveni erano indesiderati, ma lo erano anche e soprattutto gli ebrei. L’antisemitismo era diffuso ben prima dell’avvento del nazismo e dell’Anschluss alla Germania di Hitler.

L’odio per gli ebrei si era propagato già durante la Prima guerra mondiale, ma era esploso negli anni successivi. Erano anni di miseria e di privazioni, per le quali bisognava trovare qualcuno a cui addossare la colpa e il bersaglio più a portata di mano erano appunto gli ebrei, apostrofati come speculatori, trafficanti, usurai, profittatori di guerra. Si trattava di giudizi – anzi, pregiudizi – che non avevano alcun riscontro nella realtà, ma che pure trovavano credito in larga parte della popolazione.

In questo clima il gruppo consiliare “tedesco nazionale” del Comune di Villaco poteva sollecitare “l’immediata espulsione degli ospiti stranieri”, dando per scontato che gli ebrei non fossero cittadini austriaci, ma “stranieri”, che fanno “tutto il possibile per depredare la Carinzia”. Proprio in quegli anni all’ingresso della Gasthaus sul Dobratsch (che noi conosciamo anche come “Villacher Alpe”, che è il nome tedesco inventato per sostituire il toponimo storico con radici slovene) appare la tabella: “Ingresso vietato ai cani e agli ebrei”.

Nessuno ebbe alcunché da ridire, né la Chiesa, né il Partito cristiano sociale che si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa, né il Partito socialista. Eppure già in quella oscena tabella, che equiparava gli ebrei ai cani, si poteva presagire quel che sarebbe accaduto pochi anni dopo.

NELLA FOTO, una delle tabelle apparse all’inizio del ‘900. Vi si legge: “Gli ebrei non sono graditi nei nostri boschi tedeschi”.

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