Martedì 23 Luglio 2024

21.08.24 Sommergespräch Puls4; Manuela Raidl e Sebastian Kurz a Pulkau NÖL’Europa è divisa sull’accoglienza degli afghani in fuga dal regime dei talebani. Su come fare per mettere in salvo almeno quella parte della popolazione che aveva collaborato con i Paesi occidentali e che ora rischia una sanguinosa rappresaglia si discuterà nella riunione del G7 convocata per oggi da Boris Johnson, presidente di turno. Ma già sappiamo come la pensa il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che si allinea sulle posizioni di Slovenia e Polonia, tutti contrari a offrire rifugio ai disperati che premono al recinto dell’aeroporto di Kabul.

Kurz si è fatto sentire soltanto sabato sera, dopo aver taciuto per giorni. Prima di lui l’unico esponente del governo a parlare – l’unico esponente dell’Övp (Partito popolare) – era stato il ministro degli Interni, Karl Nehammer. Già mercoledì scorso aveva detto chiaro e tondo quale sarebbe stata la posizione dell’esecutivo sul problema, volenti o nolenti i Verdi, che pure ne fanno parte: la situazione in Afghanistan è drammatica – aveva detto – ma non si deve ripetere la crisi del 2015, anno in cui un fiume di profughi aveva travolto i confini dell’Austria, dilagando nel Paese.

La gran parte di quelle persone aveva proseguito il viaggio verso la Germania e la Svezia (agevolati in questo dagli stessi austriaci, che avevano messo a loro disposizione tre treni speciali al giorno, fino alla frontiera tedesca), ma quasi 90.000 avevano piantato le tende in Austria, chiedendo asilo. Tra essi, molti afghani. Nehammer ha ricordato in proposito che l’Austria è il secondo Paese in Europa per numero di rifugiati afghani, in rapporto alla popolazione, prima dell’Italia e della Grecia.

Da ciò la decisione (evidentemente condivisa dal cancelliere, ma non dagli alleati di governo Verdi) di proseguire con i respingimenti alla frontiera e con i rimpatri. “Là, dove la Convenzione europea sui diritti dell’uomo pone dei limiti, devono esserci alternative”. Una dichiarazione ambigua e inquietante, che si presta evidentemente a essere interpretata come un proposito di mettere in discussione e non rispettare più i diritti dell’uomo. Ungheria e Polonia lo stanno già facendo su altri fronti (libertà di stampa, giustizia indipendente, rispetto delle differenze di genere). Perché non potrebbe farlo anche l’Austria?

Il ministro degli Interni ha ribadito questi concetti tutti i giorni, in interviste giornalistiche e sui social. Sabato, come abbiamo detto, è intervenuto finalmente anche il cancelliere: “Sono contrario all’idea di accogliere altri uomini. Almeno finché sarò cancelliere, questo non accadrà mai”. Ribadendo poi ciò che già Nehammer aveva più volte dichiarato: “Non possiamo ripetere gli errori del 2015”.

L’atteggiamento di Kurz e dei suoi sta mettendo a dura prova gli alleati di governo, che la pensano in maniera opposta, e probabilmente anche alcuni esponenti dello stesso partito del cancelliere, che forse si ricordano ancora che l’Övp un tempo si ispirava ai principi cristiani di solidarietà.

Con Kurz la solidarietà è finita in soffitta, ma la linea dura nei confronti dei profughi paga in termini di consenso. “Basti” lo sa e per questo insiste nel voler continuare con i rimpatri degli afghani già presenti in Austria, che non hanno ottenuto il titolo di rifugiato. È un atteggiamento privo di logica, perché anche i sassi sanno che rispedire profughi afghani al loro Paese in questo momento è impossibile. Ma è anche un atteggiamento ridicolo, perché dal 2017 a oggi (ovvero da quando l’Ue aveva raggiunto un accordo con il governo afghano di allora sui rimpatri) l’Austria ha potuto espellere soltanto 166 uomini dei 45.000 presenti attualmente sul suo territorio, grazie al passaggio offerto loro dagli aerei della Svezia diretti a Kabul. Ne sono rimasti ancora… oltre 44.800 da rimandare a casa. Ma con quali aerei, visto che la Svezia ha interrotto il servizio di taxi?

Tutto questo è vetriolo per il partito dei Verdi, che sta precipitando nei sondaggi e perdendo aderenti. L’altro ieri ha restituito la tessera anche Birgit Hebein, già vicesindaca di Vienna. L’Övp di Kurz invece cresce, assicurandosi i voti degli elettori dell’Fpö, il partito dell’estrema destra populista. Ai tempi di Heinz-Christian Strache l’Fpö prosperava suonando la grancassa dei migranti da cacciare, ma ora il copione gli è stato rubato da Kurz, che oltretutto sa recitarlo meglio.

All’Fpö, attualmente guidato da Herbert Kickl, è venuto a mancare l’argomento principale della sua propaganda. Perché – come ha acutamente osservato il politologo Peter Filzmaier – “Kickl praticamente non ha più nulla da dire, perché lo ha già detto Kurz prima di lui. Non gli resta che puntare sui vaccini”.

Già, i vaccini! Anche in Austria il partito della destra, come in Italia quello di Meloni, è al fianco dei no-vax. È qui che Kickl conta di raccogliere voti e a questo scopo ha partecipato a tutte le manifestazioni di protesta contro le vaccinazioni. Il problema per lui, di cui forse non sta tenendo abbastanza conto, è che le terapie intensive si stanno riempiendo anche in Austria di persone che hanno rifiutato il vaccino. Quando nel 2023 l’Austria tornerà al voto molti di questi suoi potenziali elettori saranno morti di Covid-19 e i no-vax sopravvissuti, vedendo la brutta fine fatta dai loro amici e parenti, probabilmente avranno cambiato idea.

 

NELLA FOTO, il cancelliere Sebastian Kurz con la giornalista Manuela Raidl, dell’emittente privata Puls4. L’intervista si è tenuta tra i vigneti di Pulkau, in Bassa Austria.

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