Martedì 23 Aprile 2024

Il turismo invernale è a una svolta? Molti segnali ci dicono di sì. Il primo, ovviamente, è il cambiamento climatico, che ci propone stagioni sempre più avare di neve. Molti lo negano e non vogliono arrendersi all’evidenza dei fatti.

La “Kleine Zeitung” prima di Natale aveva pubblicato un interessante grafico. Indicava i capoluoghi dei 9 Länder e accanto ad essi l’icona di un alberello: bianco, se nel Natale era caduta la neve; verde, in caso contrario. Il grafico considerava i Natali dal 1961 al 2022. Nel Natale del 1961 tutti gli alberelli erano bianchi, meno quelli delle città di Innsbruck e Bregenz. Ma l’anno dopo e l’anno dopo ancora tutti gli alberelli erano bianchi: l’intera Austria aveva goduto di un Natale con la neve, come nelle tradizionali cartoline. Procedendo con gli anni però gli alberelli verdi sono diventati sempre più numerosi, mentre quelli bianchi negli ultimi 5 anni sono scomparsi del tutto. Cinque Natali senza neve in tutte le città dell’Austria.

Se non nevica più a Vienna, a Klagenfurt, a Salisburgo, pazienza. Purtroppo non nevica o nevica sempre meno anche nelle località sciistiche, dove la neve è la materia prima per far funzionare la macchina del turismo. Certo, si può porre rimedio con gli impianti di innevamento programmato ed è questa la ragione per cui ormai il 90% delle piste è affiancata da canne per spargere la neve artificiale. Ma è un cane che si morde la coda: ormai anche questi impianti si rivelano inutili, perché le temperature sono troppo elevate per farli funzionare.

Ed ecco allora il secondo segnale di un turismo invernale che va ripensato, se non addirittura reinventato: il tracollo delle stazioni sciistiche minori, alle quote più basse. Alcune in Austria dopo la stagione 2022-23 non hanno più riaperto, rinunciando alla stagione in corso. Noi abbiamo dato notizia soltanto del caso del Dreiländereck, perché al confine con l’Italia e frequentato anche da sciatori del Friuli Venezia Giulia.

Dal 1. marzo la località sciistica ha cessato l’attività, perché gli impianti sono chiusi per insolvenza. Le ragioni della crisi si spiegano con un numero: 1500. Il punto più alto del Dreiländereck è a 1500 metri di altezza. Gli impianti e le piste scendono a quote inferiori, dove ormai la neve non è garantita. Nella stagione in corso la località ha visto spesso gli impianti chiusi per mancanza di neve e il numero dei visitatori di conseguenza è crollato, mandando in rovina la società di gestione.

Ma anche a quote più elevate il turismo invernale è in crisi. Non perché manchi la neve, ma perché i costi per far funzionare gli impianti di risalita e, a volte, anche quelli per l’innevamento sono sempre più alti e si riverberano sui costi di soggiorno in albergo e sul prezzo degli skipass. Finora sembrava che l’aumento delle tariffe fosse una variabile indipendente. Così, almeno, ci dicevano a Pramollo/Nassfeld e a Bad Kleinkirchheim, dove lo skipass giornaliero quest’anno ha superato per la prima volta i 60 euro. Ma c’è una soglia oltre la quale non si può più andare.

Questa soglia, per esempio, è stata raggiunta e superata ad Heiligenblut, il polo sciistico più alto della Carinzia, ai piedi del Grossglockner. Qui la neve di solito c’è, ma mancano gli sciatori. O, per meglio dire, sono troppo pochi per una gestione economica degli impianti, che di conseguenza sono in sofferenza. Ci vorrebbero 3000 posti letto occupati (come a Pramollo) per far tornare i conti: 3000 presenze significa 3000 skipass settimanali venduti. Ma ad Heiligenblut sono soltanto 2000 e non tutti disponibili, perché alcune strutture ricettive sono rimaste chiuse. Tra queste l’hotel Heiligenblut, di proprietà di una società ungherese, i cui 300 posti letto sono venuti a mancare.

In 15 anni i pernottamenti sono calati del 40%. Meno presenze significano meno skipass: se 15 anni fa se ne vendevano 193.000, nell’ultima stagione se ne sono venduti 115.000. E anche la stagione in corso è partita con il piede sbagliato. Fin dall’inizio tre impianti sono rimasti chiusi, per mancanza di sciatori e in gennaio un importante impianto di collegamento ha aperto per tre settimane soltanto nei giorni del weekend.

Sono arrivate così le disdette, con un ulteriore calo di presenze, al punto che la Grossglockner Bergbahnen, che gestisce gli impianti, ha deciso di tirare avanti fino a Pasqua e poi di chiudere baracca. I venti dipendenti hanno già ricevuto la lettera di licenziamento.

Come andrà a finire non si sa. L’assessore regionale al turismo Sebastian Schuschnig (Övp) sospetta che da parte della società si stia tentando un braccio di ferro con il Land per scucire soldi pubblici e non ci sta. Sostiene che vi sarebbero in zona altri investitori disposti a subentrare alla Grossglockner Bergbahnen per un rilancio dell’attività. Gli attuali soci dovrebbero farsi da parte e cedere tutto ai subentranti per il prezzo simbolico di 1 euro, lo stesso prezzo a cui avevano pagato gli impianti nel 2001, quando li avevano ricevuti dal Comune, che ne era proprietario. Ma come faranno i nuovi investitori a pareggiare i conti, con un numero di sciatori in costante calo? E poi ci sono davvero questi nuovi investitori?

NELLE FOTO, dall’alto, il villaggio di Heiligenblut con le luci della notte; la stazione a valle dell’impianto della Fleissalm chiuso; sciatori sulle piste in quota nelle giornate migliori.

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