Domenica 21 Aprile 2024

Possiamo immaginarci un Concerto di Capodanno da Vienna senza la Marcia di Radetzky? No, non possiamo. Il brano di Johann Strauss padre – l’unico in effetti di lui noto, tutti gli altri sono di Johann figlio e fratelli – è “consustanziale” a quel concerto. Tant’è vero che i Wiener Philharmoniker non lo menzionano nemmeno nel programma, perché tanto tutti sanno già che arriverà alla fine del concerto, come l’amen in fondo alla preghiera. È tanto scontato che sia così, che al concerto di lunedì, primo giorno dell’anno, i Wiener hanno incominciato a suonarlo senza nemmeno attendere che il direttore Christian Thielemann tornasse sul podio. È bastato sentire il rullo di introduzione del tamburello per capire quel che sarebbe seguito.

Ed ora la notizia del giorno: l’esecuzione di quella storica marcia è stata messa in discussione ieri da Eva Blimlinger, esponente dei Verdi austriaci, responsabile per il settore cultura. Vorrebbe cancellarla dai Concerti di Capodanno prossimi venturi. Ritiene, infatti, che il brano sia politicamente improponibile, perché celebra la vittoria del feldmaresciallo Radetzky sull’esercito di Carlo Alberto, nella battaglia di Custoza del 1848 (aveva posto fine alla prima guerra di indipendenza del Risorgimento italiano), e soprattutto perché rende omaggio alla sanguinosa repressione della rivolta popolare di Vienna dello stesso anno, passata alla storia come “Praterschlacht” (“battaglia del Prater”).

Un nuovo esempio di “cancel culture”? A molti sembra di sì. E appare del resto curioso che a sollevare il caso sia un’austriaca e non gli italiani, che invece battono con entusiasmo le mani, quando ascoltano l’esecuzione di una marcia che celebra la cruenta sconfitta del nostro Risorgimento. Ma, del resto, a chi verrebbe in mente dopo 175 anni la battaglia Custoza, ascoltando le note di Strauss? Vi sono opere che nel tempo acquistano vita propria, indipendentemente dai motivi che le hanno ispirate. Gli italiani di oggi – citiamo a memoria un commento apparso sulla Kleine Zeitung, a firma di Stefan Winkler – si sentono emotivamente vicini a quella vittoria austriaca non più che alle vittorie di Annibale sull’esercito romano nella seconda guerra punica di duemila anni fa.

La “Radetzkymarsch” – che diventa titolo nel celebre romanzo di Josef Roth che descrive il tramonto della monarchia asburgica – si presta tuttavia in Austria ad altre considerazioni, che a noi italiani forse sfuggono. Il brano eseguito dai Wiener Philharmoniker – ma anche da altre orchestre, come per esempio quella che ha tenuto il concerto del 31 dicembre a Udine – non è l’originale di Strauss padre, ma la versione che ne trasse Leopold Weninger, il più noto compositore “organico” al Partito nazionalsocialista, autore di 43 marce, di innumerevoli “canti di battaglia” delle SA e di inni, tra cui l’Hitlerhymne dal titolo “Gott sei mit unserem Führer” (“Dio sia con il nostro Führer”).

La marcia di Strauss riveduta e corretta dal musicista del nazismo perde in solennità e diventa più impetuosa e coinvolgente, con un ruolo più incisivo assegnato alle percussioni. Diventa una marcetta, appunto, come quelle tanto adatte ai raduni del Reich. Piace al pubblico di Capodanno, che non è in genere un pubblico musicalmente colto, ma non a chi ha l’orecchio più educato, sempre musicalmente parlando.

Non è un caso che il compianto direttore Nikolaus Harnoncourt, nel Concerto di Capodanno del 2001, avesse voluto eseguire la Marcia di Radetzky nella sua versione originale. Già prima di allora Carlos Kleiber, uno dei massimi direttori d’orchestra del 20. secolo, chiamato a dirigere i Concerti di Capodanno nel 1989 e nel 1992, si era espresso contro la versione “con battimani”, ma non riuscì a imporsi sui Philharmoniker. Dello stesso parere Franz Welser-Möst, già direttore della Staatsoper e sul podio dei Concerti di Capodanno nel 2011, nel 2013 e nel 2023. “La Radetzkymarsch senza il battimani – dichiarò – è senz’altro un pezzo migliore”. Anche la sua voce non fu ascoltata e, se si esclude il concerto diretto da Harnoncourt, i Wiener Philharmoniker hanno sempre preferito la versione che piaceva ai nazisti.

Sarà così anche nel 2025, con la direzione di Riccardo Muti, perché – come si osserva da queste parti – ormai fa parte della tradizione.

NELLA FOTO, il direttore Christian Thielemann, nel Concerto di Capodanno di lunedì scorso, mentre fa cenno al pubblico quando battere le mani e quando smettere, mentre i Wiener Philharmoniker suonano la Radetzkymarsch.

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