Sabato 20 Aprile 2024

Tre alpinisti cechi sono stati soccorsi nella notte tra venerdì e il giorno dell’Epifania sulla parete sud del Grossglockner. L’intervento è durato 15 ore e si è concluso con il salvataggio degli alpinisti, molto provati dall’esperienza, tutti con sintomi di congelamento, ma illesi.

Non è stata un’operazione “normale”, come quelle di cui siamo abituati ad avere notizia di questi tempi e in cui l’elicottero ha un ruolo fondamentale, perché consente tempi rapidi di intervento, con l’impiego di pochi uomini, a cui viene risparmiata la fatica di un lungo avvicinamento. No, questa volta i soccorritori – 13 uomini del “Bergrettung” (soccorso alpino) di Kals e una guida alpina della Polizia, cui si sono aggiunti nel corso della notte e della mattinata successiva altri 6 – sono stati costretti a operare come “ai vecchi tempi”, con le loro sole forze, perché l’oscurità della notte e soprattutto le condizioni meteo avverse, con neve che cadeva incessantemente e forti raffiche di vento, impedivano all’elicottero di levarsi in volo.

Ma riprendiamo la storia dall’inizio. I protagonisti sono due fratelli gemelli di 40 anni e un loro amico di 57. Vengono dalla Repubblica ceca e viaggiano tutta la notte per arrivare a Kals – base di partenza per le ascensioni al Grossglockner dal versante tirolese – prima che spunti l’alba. Alle 6.15 lasciano la Lucknerhaus (quota 1918 metri) con gli sci ai piedi e si avviano verso la Stüdlhütte (il rifugio si trova a 2802 metri), per poi puntare con ramponi e piccozze verso il Ködnitzkees, il ghiacciaio sul versante sud del Grossglockner. Il dislivello ancora da compiere fino alla vetta è di quasi mille metri: non pochi, per chi ha già alle spalle 900 metri di avvicinamento e un viaggio in auto di 8 ore.

Ma i tre cechi sono alpinisti ben allenati. Ad essi si può imputare la temerarietà di aver affrontato una impresa del genere nel giorno meno opportuno, ma non l’impreparazione. Le previsioni meteo annunciavano abbondanti nevicate e un elevato rischio di valanghe. Ma i nostri non ne hanno tenuto conto. È un’imprudenza che si riscontra a volte in persone che per impegni di lavoro o di famiglia hanno soltanto una finestra temporale limitata per i loro progetto alpinistico. O ne approfittano, oppure il progetto deve essere accantonato forse per sempre. La tentazione di affrontare il rischio, quindi, nonostante il tempo avverso, diventa molto forte.

È quel che probabilmente è accaduto ai tre alpinisti della Cechia. Dopo aver affrontato un colatoio di ghiaccio in direzione della vetta, con 9 gradi sotto lo zero, sono giunti a un punto in cui non erano più in grado né di proseguire, né di tornare indietro. Così poco prima delle 23 hanno lanciato l’allarme.

I soccorritori si sono mossi poco dopo la mezzanotte. Con gli sci ai piedi e le lampade frontali hanno raggiunto verso le 5 il rifugio Erzherzog Johann, sull’Adlersruhe, la lunga spalla a sud-est della vetta, a quota 3454 metri. I cechi erano pressappoco alla stessa quota, ma non raggiungibili direttamente. I soccorritori sono dovuti salire ancora, per mettersi sulla loro verticale, e poi effettuare una calata con corda di 200 metri per arrivare fino a loro. Li hanno raggiunti intorno alle 10 mattina.

Per affrontare il gelo della notte, reso più intenso dalle raffiche di vento, i tre alpinisti avevano scavato una nicchia nella neve, nella quale avevano trovato riparo. Solo così avevano potuto resistere fino all’arrivo dei soccorritori. Il rientro non è stato agevole. I tre sono stati legati e messi in sicurezza e poi portati fino al rifugio Erzherzog Johann, da dove poi sono ridiscesi a valle con le loro gambe, seguendo lo stesso itinerario percorso dai soccorritori nella salita.

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