Sabato 13 Luglio 2024

C’è un che di schizofrenico nella politica del lavoro in Austria, che, al pari dell’Italia e di quasi tutti i Paesi occidentali, soffre di una crescente mancanza di manodopera. La popolazione invecchia e il cosiddetto “inverno demografico” fa il resto. Statistik Austria (l’”Istat” austriaco) stima che nel 2050 gli ultrasessantacinquenni cresceranno di 600.000 unità, mentre scenderanno di 300.000 unità gli austriaci in età di lavoro (tra i 20 e i 65 anni). Per comprendere la portata di questi numeri, si consideri che l’Austria è grande come la Lombardia, non di più. Ciò significa che alla lunga vi saranno sempre meno persone disponibili sul mercato del lavoro e le conseguenze per la crescita economica e per gli standard di benessere sono facilmente intuibili.

Ma quello scenario è già presente oggi, anche se con profili meno drammatici. Già oggi in Austria due aziende su tre lamentano di non trovare lavoratori. Nella ricerca di personale qualificato la percentuale sale all’83% e in futuro andrà ancora peggio. Anche i settori in cui non si trova personale sono aumentati nel corso degli ultimi anni.

Tutti i Paesi a economia avanzata e con basso tasso di natalità soffrono di questa situazione, ma non tutti allo stesso modo. Secondo uno studio di Eurostat in nessun altro Paese dell’Ue vi è una tale mancanza di manodopera come in Austria, cui si affianca il Belgio. Il numero di posti non occupati si attestava nel terzo trimestre di quest’anno intorno al 4,6%.

Abbiamo parlato di schizofrenia nella politica del lavoro, perché, a fronte di aziende che non trovano lavoratori, vi sono migliaia di immigrati che vorrebbero lavorare ma non possono, perché il loro status di rifugiati non è stato ancora definito. Certo, non tutti questi immigrati hanno qualifiche professionali, ma non si fa nulla perché le acquisiscano o perché possano entrare rapidamente nel ciclo produttivo, là dove non sono richieste particolari competenze. Anzi, sembra che tutto congiuri affinché burocrazia e lungaggini trattengano in panchina questi potenziali lavoratori, di cui peraltro l’economia austriaca ha estremo bisogno.

Attualmente funziona così. Se un immigrato vuole lavorare, deve sottoporsi al parere di una commissione di esperti. Prima che sia pronunciata la “sentenza” possono trascorrere dei mesi. Ma se è positiva, non significa che sia finita. L’Arbeitsmarktservice (Ams), prima di rilasciare il permesso di lavoro, deve attendere 6 settimane, per verificare che in giro per l’Austria non ci sia un altro lavoratore disoccupato con cittadinanza austriaca, che possa occupare il posto scoperto destinato allo straniero. Solo se non ci sono lavoratori austriaci disoccupati o ci sono, ma non hanno voglia di svolgere quel determinato lavoro, solo allora l’immigrato può essere assunto da un’azienda e incominciare a produrre e guadagnare. I tempi, come si vede, sono piuttosto lunghi e scoraggianti, ma lo erano ancor di più fino al luglio scorso, quando vigeva ancora la norma, per la quale il giudizio della commissione di esperti doveva essere espresso all’unanimità. Da luglio basta il voto a maggioranza.

Sono tutti retaggi che appartengono all’era Kurz. Da sottosegretario all’integrazione, che era stato il primo gradino della sua strabiliante carriera, Sebastian Kurz aveva lavorato piuttosto bene in favore dell’inserimento degli immigrati. Da cancelliere, invece, aveva marciato in direzione opposta, perseguendo una politica vessatoria, che eliminava o limitava tutte le forme di integrazione (nel lavoro, nell’insegnamento della lingua tedesca), nell’ipotesi molto populista che soltanto una modesta percentuale di immigrati avrebbe avuto diritto all’asilo, mentre tutti gli altri sarebbero stati rispediti a casa. Non valeva la pena, quindi, spendere soldi per insegnare loro il tedesco e far imparare loro un mestiere. In realtà, ne sarebbe valsa la pena, perché i rimpatri si rivelano possibili soltanto per una minima parte degli stranieri.

Tra i provvedimenti dell’era Kurz rientra anche l’abolizione dell’accesso all’apprendistato per gli immigrati, introdotto nel 2018 dalla ministra del suo governo Beate Hartinger-Klein (Fpö), provvedimento rimosso nel 2021 dalla Corte costituzionale. In quell’occasione la Corte aveva dichiarato incostituzionale anche un’altra ordinanza del 2004 dell’allora ministro Martin Bartenstein (Övp), che limitava il campo di azione degli immigrati alla raccolta agricola e ai lavori stagionali.

Il settore produttivo preme perché le regole siano cambiate, ma l’Övp, partito peraltro molto vicino alle imprese, questa volta sembra non volerne sapere. Il tema immigrazione è diventato cruciale nel confronto con l’Fpö, il partito dell’estrema destra sovranista, che proprio grazie agli stranieri ha incassato consensi fino a diventare il primo partito. L’Övp gli va a ruota, ma prima o poi dovrà cedere, perché molte aziende per mancanza di manodopera devono cessare o ridurre l’attività.

Qualche volta il primo passo viene mosso in periferia, anziché a Vienna. Lo sta facendo il Land Tirolo, dove a fine giugno 300 richiedenti asilo (quindi privi ancora del titolo di rifugiati) erano impiegati in aziende della zona, per lo più nei settori della ristorazione e dell’ospitalità turistica. La Wirtschaftskammer (Camera dell’economia) e il Land si sono organizzati tra loro per mettere in contatto aziende che cercano personale con immigrati che possano essere assunti. La richiesta che dal Tirolo viene rivolta a Vienna è di eliminare ogni barriera all’accesso al lavoro almeno per quegli immigrati per i quali la concessione del permesso di soggiorno appare fin dall’inizio molto probabile.

Il Tirolo costituisce un caso limite in Austria, perché la disoccupazione è sotto il 3%, soglia considerata fisiologica. Si può parlare quindi di “piena occupazione”. Se serve altra manodopera, l’unico bacino in cui pescare è quello dell’immigrazione.

NELLA FOTO, il cartello apposto alla vetrina di un ristorante di Vienna, costretto a chiudere per mancanza di personale.

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