Giovedì 30 Maggio 2024

Qual è lo stato di salute del sistema pensionistico austriaco? Si può rispondere che per ora regge, ma che non potrà andare avanti così ancora per molto. Oggi si è riunita l’”Alterssicherungskommission”, la commissione che ogni anno deve esprimere entro novembre un parere sulla materia. È composta da esperti della finanza e dell’amministrazione pubblica, nonché da rappresentanti della cosiddetta “Sozialpartnerschaft”, ovvero delle organizzazioni rappresentative delle varie categorie sociali (sindacati dei lavoratori, associazioni imprenditoriali, lega dei contadini ecc.), che fanno dell’Austria l’ultima e forse unica democrazia corporativa dell’era moderna.

Sul tavolo della commissione c’era il documento redatto dai tecnici, da cui emerge un drammatico peggioramento della situazione. In Austria – come in Italia e in molti altri Paesi – le pensioni vengono pagate con i contributi versati da chi attualmente lavora. Ma questi soldi non bastano, per le ragioni ben note, determinate sostanzialmente da un fattore positivo (l’allungamento della speranza di vita) e da uno negativo (il crollo demografico). I pensionati da mantenere sono sempre di più e quelli in età di lavoro sempre di meno. La situazione sarebbe di gran lunga peggiore se non ci fossero gli immigrati, che contribuiscono in misura significativa ai bilanci dei fondi pensionistici e senza i quali – il calcolo è stato fatto in questi giorni – l’Austria avrebbe la stessa popolazione che aveva nel 1950, ma molto più vecchia.

La conseguenza è che per assicurare il regolare pagamento delle pensioni deve intervenire lo Stato, con un’integrazione che lo scorso anno ammontava a 26 miliardi e nei prossimi cinque anni dovrà essere portata a 38 miliardi, con un aumento di 12 miliardi. Il peso di questi numeri si comprendono meglio se si rapportano alle dimensioni dello Stato austriaco.

Senza entrare in dettagli, possiamo osservare che l’Austria destina al sostentamento delle casse pensionistiche – che in caso contrario andrebbero in bancarotta – un quarto del suo bilancio. Poiché la situazione peggiora di anno in anno e non si fa nulla per porvi rimedio, presto il fardello pensionistico si porterà via un terzo del bilancio statale e nel 2027 (le proiezioni del documento sottoposto oggi alla “Alterssicherungskommission” sono calcolate su cinque anni) la spesa pensionistica raggiungerà il 6,7% del Pil.

Un terzo del bilancio vincolato per garantire le pensioni significa sottrarre risorse ad altri settori importanti della vita pubblica, ma soprattutto pone un problema di equità generazionale. I giovani di oggi mantengono le generazioni anziane e, quando verrà il loro turno, non ci sarà più nessuno (o saranno troppo pochi) a lavorare per pagare le loro pensioni. Una situazione che già a medio termine potrebbe diventare esplosiva.

Si dovrebbe subito correre ai ripari, innalzando innanzitutto l’età pensionabile. Gli esperti sostengono che se tutti andassero in quiescenza a 65 anni il problema sarebbe risolto: gli istituti pensionistici non avrebbero bisogno della flebo miliardaria dello Stato. Invece non si fa nulla in questa direzione, preferendo ignorare il problema.

La stessa “Alterssicherungskommission” è acefala da 14 mesi. Il presidente Waltern Pöltner si è dimesso “per frustrazione” e dopo oltre un anno il ministro per gli Affari sociali, Johannes Rauch (Verdi), non ha ancora provveduto a sostituirlo. Nel frattempo la commissione è guidata dalla vicepresidente Ingrid Korosec, che è presidente della Lega pensionati dell’Övp, ovvero di una organizzazione della “Sozialpartnerschaft”, non in grado di affrontare in modo imparziale il tema pensioni. Tant’è vero che in un anno la commissione non si è riunita nemmeno una volta.

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