Lunedì 17 Giugno 2024

22.06.17 Corte di giustizia Ue, Lussemburgo - CopiaLa Corte europea di giustizia del Lussemburgo ha bocciato la legge introdotta in Austria dal primo governo Kurz (una coalizione tra l’Övp e l’estrema destra sovranista dell’Fpö), per riformare i meccanismi di funzionamento dei sussidi familiari, i cosiddetti “Familienbeihilfe”. Il termine tedesco significa “assegni familiari”, ma nel caso di cui stiamo parlando si tratta più propriamente di sussidi per i figli a carico.

In Austria le famiglie che hanno figli ricevono dallo Stato un contributo per ciascun figlio dal giorno della nascita fino al 25.mo anno di età. Nel suo ardore populista, Sebastian Kurz aveva voluto modificare quella legge, introducendo una distinzione tra i figli dei lavoratori austriaci e quelli dei lavoratori stranieri, che non hanno seguito il loro genitore in Austria, ma se ne sono rimasti al loro Paese. È la condizione più frequente per i lavoratori che provengono dai Balcani o dai Paesi ex comunisti del Centro Europa, che hanno lasciato la famiglia a casa che spesso tornano nel loro Paese a fine settimana o a fine mese.

Il ragionamento spiegato a suo tempo da Kurz, in una memorabile conferenza stampa, era il seguente: perché i figli di un lavoratore ungherese devono ricevere lo stesso aiuto in denaro dei figli di un lavoratore austriaco, se in Ungheria il costo della vita è la metà? Se in Ungheria il costo della vita è la metà, anche i sussidi vanno dimezzati.

Apparentemente il ragionamento non fa una piega e a suo tempo fu utilizzato dalla macchina propagandistica di Kurz in chiave “Austria first”. In realtà la nuova normativa era altamente discriminatoria. Il fondo dei “Familienbeihilfe”, infatti, è alimentato dagli stessi lavoratori, con una trattenuta sul loro salario. La trattenuta è la stessa per il lavoratore austriaco e per quello ungherese. Perché allora i figli del secondo dovrebbero beneficiarne soltanto al 50%?

Il problema può anche essere rovesciato. Molti dipendenti di aziende austriache lavorano all’estero, accompagnati dai loro familiari, Anche il personale delle ambasciate e degli uffici consolari si trova in una condizione del genere. Se il ragionamento di Kurz fosse valido per tutti e non solo per gli stranieri, anche ai figli austriaci che seguono il padre lavoratore all’estero il sussidio andrebbe rapportato al costo della vita del Paese in cui soggiornano. Ma questo non accade: prendono l’assegno pieno, come se si trovassero in Austria.

Queste e altre motivazioni nel maggio 2020 avevano indotto la Commissione europea a denunciare il comportamento dell’Austria davanti alla Corte di giustizia del Lussemburgo, per violazione del principio sulla libera circolazione dei lavoratori nello spazio dell’Unione europea. Ieri è arrivata la doccia fredda della Corte, che ha accolto la denuncia e ha condannato l’Austria a modificare la legge e a rimborsare gli assegni non pagati ai lavoratori stranieri, con effetto retroattivo.

Il costo per le casse dello Stato dovrebbe ammontare a 220 milioni di euro. Lo sappiamo, perché il calcolo era stato già fatto dall’attuale ministra per la Famiglia, Susanne Raab, in previsione di una sentenza sfavorevole dal Lussemburgo, e ne aveva dato conto in una risposta a una interrogazione parlamentare.

Non è la prima volta che l’Austria viene bacchettata dai giudici del Lussemburgo. È già avvenuto su una materia che gli autotrasportatori italiani conoscono benissimo: le limitazioni al transito su strada dei mezzi pesanti che attraversano l’Austria. Prima dell’adesione dell’Austria all’Unione Europea, i nostri camionisti venivano fortemente penalizzati, per presunte ragioni ambientali, che però non contavano per gli autotrasportatori austriaci.

Un altro settore in cui la Corte europea ha dovuto far sentire la sua voce è stato quello dei libretti di risparmio, che in Austria continuavano a essere anonimi (attenzione a non confondere il segreto bancario, che continua a esistere, con l’anonimato), contravvenendo alle norme contro il riciclaggio di denaro sporco o frutto di evasione fiscale. Poi c’è stata una sentenza in materia di organismi geneticamente modificati e ieri quest’ultima sui “Familienbeihilfe”.

In previsione della sentenza del Lussemburgo si era già levata qualche voce di protesta dall’area sovranista che, ora che non c’è più Kurz, è rappresentata soltanto dall’Fpö. L’argomento tirato in ballo era il solito del “primato della politica”, che non deve essere condizionata dalle decisioni dei giudici. Ma è un’arma spuntata, perché è stata proprio la politica dei padri fondatori dell’Unione Europea a dettare quei principi fondamentali di uguaglianza di tutti i cittadini d’Europa violati dal legislatore austriaco. I giudici del Lussemburgo non hanno fatto altro che garantire il rispetto di quelle scelte politiche.

 

NELLA FOTO, il palazzo della Corte di giustizia dell’Unione Europa, al Lussemburgo. Non va confusa con la Corte europea dei diritti dell’uomo (che, pur trovandosi a due passi dal Parlamento europeo di Strasburgo, non è una istituzione dell’Ue, bensì del Consiglio d’Europa, a cui aderiscono 46 Paesi membri) e nemmeno con la Corte internazionale di giustizia dell’Aia. La Corte di giustizia dell’Ue ha solo il compito di garantire l’osservanza del diritto comunitario e non si occupa d’altro.

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