Lunedì 17 Giugno 2024

20.11.25 Seggiovia sotto GrossglocknerL’Austria è pronta a rimettere in funzione gli impianti di risalita nei suoi poli sciistici. Su questo non ci sono dubbi, anche se una decisione in proposito non è stata ancora presa e anche se nulla è stato fatto per premunirsi contro il formarsi di focolai, come quello di Ischgl del marzo scorso, che infettò mezza Europa. I governatori del Tirolo e del Vorarlberg (i due Länder dove sono stati fatti investimenti maggiori in impianti e dove il turismo invernale rappresenta una voce molto importante dell’economia) invitano alla prudenza e anche l’assessore al turismo della Carinzia, Sebastian Schuschnig, smorza gli ardori degli operatori turistici scalpitanti.

Vienna, invece, sembra aver già dato il suo via libera. Non c’è ancora un atto formale e all’interno del governo il ministro della Salute, Rudolf Anschober, che rappresenta la componente “verde”, non nasconde le sue perplessità. Ma i ministri delle finanze Gernot Blümel e quella del turismo Elisabeth Köstinger, entrambi del Partito popolare (Övp) hanno detto che si parte. Resta solo da stabilire quando e come. È schierato con loro, ovviamente, il presidente della Camera dell’economia, Harald Mahrer: turismo invernale in Austria significa 700.000 posti di lavoro e un fatturato di 2 miliardi.

Preoccupa, pertanto, l’annuncio dato dal presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, di rinviare a tempi migliori l’avvio della stagione invernale e la sua intenzione di far convergere sulla posizione italiana anche gli altri Paesi europei, in modo che vi sia un “lockdown” concordato a livello Ue. E la preoccupazione si è trasformata in un incubo quando da Monaco, il presidente della Baviera Markus Söder ha detto di condividere l’opinione del collega italiano e di voler appoggiare la sua richiesta di una chiusura di tutte le stazioni sciistiche concordata a livello europeo.

L’Austria può anche infischiarsene delle parole di Conte, che potrebbero avere addirittura ripercussioni positive per lei (gli sciatori italiani che trovano chiusi gli impianti di casa potrebbero riversarsi su quelli austriaci), ma non di quelle di Söder. Se la Baviera decidesse di non aprire le proprie stazioni sciistiche, emetterebbe anche una “Reisewarnung” nei confronti di chi volesse recarsi a sciare in Austria. “Reisewarnung” significa dichiarare a rischio un Paese o una regione: ci si può andare, ma al ritorno ci si deve sottoporre a quarantena e/o tamponi. Insomma, un bel guaio per l’Austria, dove i tedeschi sono da sempre al primo posto tra gli ospiti stranieri.

Si possono comprendere perciò le reazioni austriache a livello politico. “Non riesco a comprendere la proposta dell’Italia – ha dichiarato la ministra Köstinger – Le vacanze invernali in Austria saranno sicure. I nostri poli sciistici hanno già predisposto protocolli di sicurezza completi. Quest’anno, per esempio, non ci saranno più après-ski. Qualora l’Ue disponesse limitazioni, dovrebbe anche risarcire i danni causati”.

L’argomento del risarcimento danni è stato cavalcato anche dal ministro Blümel. “Se l’Ue vuole davvero che i poli sciistici rimangano chiusi, questo significa un danno di 2 miliardi di euro. Se l’Ue vuole questo, risarcisca il danno causato”. Secondo il ministro potrebbe farlo in due modi: versando i soldi allo Stato, che poi li ridistribuirebbe alle aziende colpite, o riducendo l’ammontare del contributo austriaco al bilancio europeo.

È un ragionamento che fila, ma che si presta ad essere capovolto: se l’Austria (a differenza dell’Italia, della Germania, della Francia e di eventuali altri Paesi) desidera aprire i suoi poli sciistici, lo faccia pure, ma in caso di diffusione del contagio in mezza Europa, come accaduto in marzo da Ischgl, paghi i danni causati agli altri Paesi in vite umane e in spese sanitarie. Se è così sicura che i “protocolli di sicurezza” funzionano, non dovrebbe avere nulla da temere.

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