Mercoledì 22 Maggio 2024

20.10.08 Hofburg, Borut Pahor e Alexander Van der BellenNon c’è comune della Carinzia, grande o piccolo, che non abbia una via o una piazza intitolata al “10 ottobre”. È la data del “Volksabstimmung”, ovvero del referendum con cui il 10 ottobre del 1920 gli abitanti della Carinzia meridionale, dove era prevalente la popolazione di lingua slovena, scelsero di rimanere parte del Land austriaco e non del neonato Regno di Serbia-Croazia-Slovenia (in seguito chiamato Regno di Jugoslavia), che anche con l’uso delle armi ne aveva rivendicato l’annessione.

Si capisce, dunque, come il 10 ottobre rappresenti per i carinziani una data storica, probabilmente più importante del 26 ottobre 1955 (giorno in cui cessò l’occupazione alleata dopo la Seconda guerra mondiale e in cui l’Austria riacquistò la sovranità perduta), che pure è la festa nazionale.

Ne parliamo oggi perché siamo alla vigilia del centenario di quell’evento. A Klagenfurt e in tutto il Land erano in programma grandi manifestazioni, che però il Covid-19 ha ridimensionato. Resta una mostra documentaria, che per evitare assembramenti è diventata itinerante in tutto il Land, in modo da accogliere pochi visitatori per volta. Resta qualche cerimonia davanti alle lapidi dei caduti di quei tragici mesi che precedettero il referendum.

Resta la commemorazione più importante, che si terrà sabato nella storica sala degli stemmi, nella Landhaus di Klagenfurt, con il pubblico contingentato e i giornalisti confinati in una sala attigua per evitare contagi. Vi parteciperanno, con il Landeshauptmann della Carinzia, Peter Kaiser, il presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen, e, per la prima volta, anche il presidente della Slovenia, Borut Pahor. La sua presenza è un segno dei tempi e della riconciliazione finalmente raggiunta tra maggioranza tedesca e minoranza slovena del Land.

Per comprendere meglio l’importanza del “Volksabstimmung” del 1920 dobbiamo per un momento toglierci dalla mente l’immagine dell’Austria che conosciamo oggi e che allora ancora non esisteva. Allora c’era un grande impero in frantumi, dalle cui macerie si stavano formando nuove entità statuali, le cui linee di demarcazione non erano ancora ben definite.

L’idea generale era che la “nuova Europa” dovesse essere ridisegnata rispettando il diritto dei popoli all’autodeterminazione. A quel diritto si era richiamato il presidente americano Thomas Woodrow Wilson nei suoi famosi 14 punti. Ma ne aveva parlato anche Lenin, tanto il principio dell’”autodeterminazione dei popoli” era diffusamente accettato, come soluzione di ogni problema.

Ma come si potevano definire i popoli? L’idea più in voga nel secolo precedente era che fosse la lingua l’elemento identificativo e ispirandosi a quel criterio nell’ottobre 1918, prima ancora che la guerra fosse finita, era nata a Praga la Repubblica cecoslovacca, seguita poco dopo dal Regno di Serbia-Croazia-Slovenia. La stessa Austria post-imperiale, circoscritta ai territori tedescofoni, si era costituita già prima dell’armistizio, con il nome “Deutsch-Österreich” (Austria tedesca).

Tutto semplice? Niente affatto. In primo luogo, perché non esistono in natura regioni del mondo dovi tutti parlino la stessa lingua (“einsprachig”, avrebbe detto Jörg Haider). In secondo luogo, perché al principio dell’autodeterminazione si erano sovrapposte nel tempo le pretese espansionistiche dei vincitori. Un caso lampante è quello dell’Italia, che dopo aver annesso Trieste, Gorizia e Trento in nome dell’”italianità”, si era spinta fino a Innsbruck e soltanto gli alleati l’avevano costretta a far marcia indietro ad “accontentarsi” del Sud Tirolo, benché quasi totalmente tedescofono.

Anche il Regno di Jugoslavia si era trovato dalla parte dei vincitori (benché fino a pochi mesi prima sloveni e croati avessero fedelmente combattuto per l’imperatore) e dopo l’armistizio aveva rivendicato la fascia meridionale della Carinzia, abitata prevalentemente da sloveni (ma non solo da sloveni), estendendo poi le sue pretese anche ad altri distretti del Land e arrivando a occupare perfino Klagenfurt.

Non soltanto alla Carinzia aveva puntato la Jugoslavia di allora, ma anche alla Stiria inferiore (la regione di Maribor, per intenderci, che allora si chiamava Marburg). Ma la differenza tra i due Länder è che il primo intendeva mantenere la sua integrità storica (il Kärntner Landesausschuss, organo di autogoverno del Land, già il 25 ottobre aveva dichiarato “indivisibile” il suo territorio), mentre il secondo si era rassegnato subito alla perdita territoriale.

Erano seguiti mesi di scontri a fuoco tra l’esercito jugoslavo, penetrato in Carinzia, e formazioni paramilitari di carinziani, mentre il governo del Land era stato costretto ad abbandonare Klagenfurt e a rifugiarsi a Spittal. Nel gennaio 1919 il trattato di pace di Saint Germain aveva fissato i confini della nuova, piccola Austria, ma per la Carinzia meridionale aveva consentito che si svolgesse un referendum, in modo che fosse la popolazione residente a decidere del proprio destino. Soluzione adottata anche in altre parti d’Europa (Slesia, Prussia, Saar), ma non da queste parti. Non, per esempio, nella Valcanale e nemmeno nel Sud Tirolo.

La prospettiva del referendum avrebbe dovuto por fine alle ostilità, che invece continuarono, per i ripetuti tentativi della Jugoslavia di guadagnare terreno e porre gli alleati di fronte al fatto compiuto. Si giunse così alla data del 10 ottobre 1920, giorno fissato per le votazioni, con la Carinzia meridionale sotto il controllo delle truppe jugoslave.

Le condizioni stabilite erano che la consultazione popolare si svolgesse soltanto in quest’area (zona A), dove la popolazione di lingua slovena rappresentava il 70% stimato della popolazione. Qualora fosse prevalso il voto favorevole all’annessione alla Jugoslavia, il referendum sarebbe stato ripetuto ed esteso all’intero Land (anche la zona B).

Non ce ne fu bisogno. Il risultato fu subito a favore dell’Austria: 22.025 votarono perché la Carinzia rimanesse “indivisa” (59%), 15.278 (41%) per l’annessione alla Jugoslavia. Circa la metà della popolazione slovena aveva preferito l’Austria alla Jugoslavia, aveva fatto una scelta, cioè, che prescindeva dalla lingua, interpretata allora come segno identificativo della nazionalità di appartenenza.

Le ragioni erano tante e tra queste sicuramente una di natura economica: tutta la produzione agricola, ma anche mineraria e forestale, gravitavano verso l’Austria, non verso la Jugoslavia, separata dalla catena delle Caravanche, che avrebbe reso difficili se non impossibili i rapporti commerciali. Ma vi era anche la fiducia che nella nuova Austria la minoranza slovena avrebbe ritrovato la tutela di cui aveva goduto ai tempi dell’impero, mentre nella Jugoslavia sarebbe stata fagocitata dalla Serbia, che già allora stava esercitando un ruolo egemone.

Gli sloveni della Carinzia avevano fatto bene i loro calcoli economici, ma si erano sbagliati sul resto. L’Austria della Prima Repubblica e soprattutto l’Austria fascista di Dolfuss avrebbero esercitato una politica di assimilazione speculare a quella dell’Italia in Sud Tirolo, tipica dei regimi nazionalisti. E le cose non sarebbero migliorate neppure nell’Austria della Seconda Repubblica, sia ai tempi di Haider, ma anche negli anni precedenti, quando la Carinzia era governata da socialdemocratici, non meno nazionalisti da queste parti.

Il risultato di questa politica si vede nei numeri: degli oltre 75.000 sloveni registrati in Carinzia all’inizio del 1900 ne erano rimasti nel 2000 soltanto 12.500 circa.

La svolta nei rapporti con la minoranza slovena è avvenuta in questi ultimi anni ed è una svolta culturale, prima che politica. Ha contribuito la disgregazione della Jugoslavia, che da molti in Carinzia era vista come una minaccia, e ha contribuito la comune appartenenza di Austria e Slovenia all’Unione Europea, che si conferma innanzitutto come una istituzione di pace e non, come sostengono alcuni, soltanto un’istituzione finanziaria. L’indebolimento dell’estrema destra nazionalista, dopo la morte di Haider, ha senza dubbio facilitato il processo.

È questa la ragione per cui la celebrazione del centenario del “Volksabstimmung”, sia pure in tono minore per colpa del virus, sarà in Carinzia una festa di tedeschi e sloveni insieme. Ed è questa la ragione per cui Borut Pahor sarà un ospite benvenuto.

 

NELLA FOTO, l’incontro avvenuto la scorsa estate alla Hofburg di Vienna tra il presidente austriaco Alexander Van der Bellen e il collega sloveno Borut Pahor. In quell’occasione il presidente sloveno accolse l’invito a partecipare alle celebrazioni per il centenario del Volksabstimmung.

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