Lunedì 22 Aprile 2024

La “salvezza” per Sebastian Kurz potrebbe arrivare dalla Russia. Così almeno spera l’ex cancelliere. Due uomini di affari venuti dal freddo (di quali affari non si sa) hanno fatto dichiarazioni che minerebbero la credibilità di Thomas Schmid, principale teste di accusa nel processo per falso in cui Kurz appare come imputato. Se Schmid non è credibile, l’intero impianto accusatorio incomincerebbe a vacillare e Kurz potrebbe cavarsela.

Il processo è lungo, ormai siamo all’undicesima udienza, e quindi ci appare necessario un rapido ripasso, altrimenti la memoria potrebbe tradirci. Kurz e uno dei suoi più stretti collaboratori, l’ex capo di gabinetto Bernhard Bonelli, sono accusati di falso. Davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Ibiza, Kurz avrebbe affermato – e Bonelli avrebbe confermato – di non aver mai interferito nelle nomine dei manager delle società controllate dallo Stato.

La vicenda delle nomine negli incarichi che noi chiameremmo di sottogoverno non c’entrava nulla con lo scandalo di Ibiza, in cui era coinvolto il segretario dell’Fpö (il partito dell’estrema destra sovranista), ma dopo le prime sedute la commissione parlamentare aveva virato di 180 gradi, incominciando a indagare anche in direzione dell’Övp, il Partito popolare del cancelliere Kurz. In questa fase dell’inchiesta Kurz era stato sentito come teste e, interrogato sulle modalità di nomina dei vertici dell’Öbag (la holding delle partecipate dallo Stato), aveva negato di averci messo becco. Certo, era informato delle designazioni fatte per il consiglio di amministrazione e per il suo presidente (quel Thomas Schmid di cui sopra, a quel tempo suo intimo collaboratore), ma senza interferire.

Era una menzogna, perché nulla era stato deciso senza il placet dell’allora giovane cancelliere. E una menzogna sotto giuramento davanti a una commissione parlamentare – che agisce con le prerogative di un organo giudiziario – costituisce reato. Da ciò il rinvio a giudizio per falso di Kurz e del suo collaboratore (era stata rinviata a giudizio anche una terza persona, una collaboratrice di Kurz, anche lei per falso, che se l’era cavata con quella che nel diritto processuale penale austriaco si chiama una “diversione”: aveva ammesso di aver dichiarato il falso e aveva pagato una sanzione, uscendo così dal processo).

L’impianto accusatorio si regge soprattutto sulle accuse di Thomas Schmid, che nel corso delle indagini della Procura anticorruzione ha cambiato schieramento: da amico intimo di Kurz è diventato quello che noi chiameremmo “collaboratore di giustizia”. Ha tradito Kurz, per diventare “amico” degli inquisitori, contando in questo modo di ottenere qualche beneficio o forse addirittura l’assoluzione nel processo per corruzione di cui lui a sua volta è accusato. Fin dalle prime udienze, infatti, ha dichiarato che Kurz non solo era bene informato delle nomine in Öbag, ma anche che quelle nomine non sarebbero state fatte senza il suo benestare. Della serie: nei posti di sottogoverno austriaci non si muove foglia che Kurz non voglia.

Le parole di Schmid pesano come macigni sulla testa dell’ex cancelliere. Ed ecco allora la strategia del suo collegio di difesa, per screditare Schmid: far testimoniare due russi, sbucati non si sa da dove, ai quali Schmid, in un colloquio ad Amsterdam, avrebbe confidato di aver subito pressioni dalla Procura anticorruzione per dichiarare in Tribunale ciò che la Procura desiderava che dicesse, ovvero che Kurz aveva dichiarato il falso.

I difensori di Kurz pensavano di potersela cavare con una dichiarazione giurata dei due russi, ma il Tribunale non si è accontentato di un documento. Ha preteso di interrogare questi nuovi testimoni. Non potendo convocarli a Vienna, l’interrogatorio è avvenuto per videochiamata dall’ambasciata d’Austria a Mosca. Al collegamento in video e in voce, tuttavia, ha partecipato uno solo dei due russi reclutati dalla difesa.

Interrogato dai giudici, l’unico teste rimasto ha dichiarato che, nell’incontro ad Amsterdam, Schmid gli avrebbe riferito di “aver fatto parte del gruppo di Kurz”, ma che “sarebbe stato deluso da queste persone”. E, poiché era stato posto “sotto forte pressione” dalla Procura, si sarebbe deciso a vuotare il sacco con gli inquirenti, provando in questo modo un senso di liberazione. In seguito a questa ammissione, la fiducia dei russi nei confronti di Schmid “sarebbe svanita”, perché non si può avere fiducia in una persona che “è capace di tutto per salvare sé stesso”.

In che modo i difensori di Kurz avevano appreso dell’esistenza dei due uomini di affari russi e come erano riusciti a mettersi in contatto con loro? A questa domanda il teste da Mosca non ha saputo dare risposta. Né l’hanno saputa dare i legali di Kurz, che hanno soltanto fatto riferimento a uno scambio di mail con altri russi, nelle quali si era fatta menzione del comportamento poco affidabile di Schmid.

L’interrogatorio del russo, più che fare chiarezza sul caso, ha aggiunto nuovi interrogativi alla vicenda. I giudici non ne sono apparsi convinti. Tant’è vero che il processo non si concluderà il 23 febbraio, nell’ultima udienza a protocollo, perché in quella data il Tribunale vorrà interrogare anche il secondo russo. Non solo. La Procura intenderebbe chiamare sul banco dei testimoni anche il principale difensore di Kurz, l’avvocato Otto Dietrich, per far luce sul misterioso ritrovamento dei testi russi. Quella che Dietrich aveva annunciato come una “bomba”, ora potrebbe scoppiargli tra le mani.

NELLA FOTO, Sebastian Kurz, all’ingresso nell’aula del Tribunale di Vienna.

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