Martedì 23 Aprile 2024

Le croci di vetta e la loro preservazione o rimozione sono diventate un tema di discussione anche in Austria. E anche qui, come in Italia, l’incendio è divampato dal nulla. La scintilla che l’ha innescato è stata una dichiarazione del presidente dell’Alpenverein (il club alpino austriaco), Andreas Ermacora. Intervistato dall’Orf, l’emittente televisiva pubblica, Ermacora ha affermato che il suo sodalizio non avrebbe più collocato croci sulle cime delle montagne.

Apriti cielo! Si è subito scatenata una bufera. Le parole del presidente dell’Alpenverein sono state considerate inaccettabili soprattutto dall’Övp, il Partito popolare. Per la verità, non da tutto l’Övp, ma dagli esponenti tirolesi dell’Övp. Forse perché il Tirolo è il Land alpino per eccellenza. Quasi tutta l’Austria è un Paese di montagne (lo dice lo stesso inno nazionale: “Land der Berge”), ma il Tirolo, se così possiamo dire, lo è di più. Non a caso la sede centrale dell’Alpenverein non si trova a Vienna, ma a Innsbruck. Probabilmente per questo le reazioni più accese sono venute dall’Övp del Tirolo, i cui esponenti si sono espressi chiaramente “contro il divieto di collocare croci sulle vette delle montagne”.

Ermacora ne è rimasto sorpreso e forse anche indignato per quella che ha definito la strumentalizzazione di un tema che non è politico. Sorpreso, perché non aveva dichiarato nulla di nuovo: “La decisione di non collocare nuove croci di vetta è stata presa dall’Alpenverein più di 30 anni fa, ma non per ragioni religiose, bensì per ragioni ambientali. Le Alpi, dal nostro punto di vista, sono già fin troppo sfruttate e non sono più necessari nuovi rifugi, nuovi sentieri e nemmeno nuove croci”.

Insomma, un problema ambientale, non religioso. Che tuttavia l’Övp ha subito interpretato come “un attacco alla nostra identità”. Reazione ingiustificata, a ben vedere, perché da nessuna parte erano state smantellate croci di vetta, né mai qualcuno ne aveva fatto seriamente richiesta. Eppure il tema religioso si presta facilmente a strumentalizzazioni politiche, soprattutto quando serve a contrapporre la “nostra” religiosità a quella degli “altri”.

Tutti qui in Austria ricordano la clamorosa trappola in cui era caduto una ventina di anni fa Peter Westenthaler, esponente del Bzö, il partito di Jörg Haider. Qualche buontempone aveva diffuso la bufala che si volesse sostituire qualche croce di vetta con la mezzaluna, per far sentire “a casa loro” gli immigrati islamici. Westenthaler c’era cascato e ne aveva riferito in un dibattito elettorale televisivo, accusando la presidenza dell’Alpenverein, che per questo lo aveva querelato.

Ma anche Heinz-Christian Strache, leader dell’estrema destra, aveva impugnato un crocifisso in campagna elettorale. Un gesto che ricorda molto il rosario agitato da Matteo Salvini nel famoso comizio in piazza Duomo, a Milano. Comizio al quale avrebbe dovuto partecipare anche l’amico Strache, se il giorno prima non fosse stato travolto dallo scandalo di Ibiza, che aveva segnato la sua fine politica.

“La questione decisiva – ha scritto Stefan Winkler, caporedattore della Kleine Zeitung – che noi non solo in Austria, ma in tutta l’Europa, dobbiamo risolvere, è come ci dobbiamo comportare con il nostro retaggio religioso e con il nostro passato. Dobbiamo capitolare dinanzi alle pretese di una minoranza, modesta ma aggressiva, di ‘poliziotti dei sentimenti’, che vorrebbe fare tabula rasa di tutto ciò che possa ferire i sentimenti degli altri? O consideriamo la storia, anche quella difficile e controversa, come parte vitale e integrante della nostra identità, come qualcosa che ci ha resi ciò che siamo? Questa sarebbe l’impostazione più matura. Perché non possiamo fare conto su un passato migliore”.

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