Lunedì 17 Giugno 2024

Del crac miliardario di Signa Group, la holding immobiliare di René Benko, si sta occupando il Tribunale commerciale. La massa fallimentare ammonta per ora a 15 miliardi di euro. Ma era chiaro fin dall’inizio che dalla vicenda prima o poi sarebbero emersi anche riscontri penali. Ora quel momento è giunto e la Procura per i reati finanziari e di corruzione (Wirtschafts- und Korruptionsstaatsanwaltschaft, in sigla WKStA) ha avviato indagini nei confronti del dirigente di una società di progettazione del gruppo.

Non è l’unico filone di indagine della WKStA, ma è quello per il quale è già stata definita una accusa: truffa aggravata. Ovviamente stiamo parlando di una ipotesi di reato, che dovrà essere vagliata al momento del rinvio a giudizio e sulla quale poi si esprimeranno gli organi giudicanti, al limite in tutti i gradi di giudizio.

La WKStA non ha fornito indicazioni sulla società e sul dirigente indagati. Si sa soltanto che il modus operandi ritenuto illecito riguarderebbe le misure adottate per l’acquisizione di capitali su un progetto. Il finanziamento di un investitore, nel caso in esame, non sarebbe stato destinato al progetto indicato nella proposta, ma sarebbe stato utilizzato per altri scopi. Non si sa neppure a quanto ammonti il danno subito dalla parte lesa, ma si può supporre che la somma non sia irrilevante, ove si consideri che la WKStA interviene soltanto nei casi in cui l’importo oggetto di indagine superi i 5 milioni.

Degli altri filoni di indagine, uno di cui si è già sentito parlare e di cui avevamo riferito anche in questo blog, riguarda la “richiesta indecente” di René Benko all’allora direttore generale del Ministero delle Finanze, Thomas Schmid. L’immobiliarista aveva pregato Schmid di intervenire, per “accomodare” una verifica del fisco sulle società della holding Signa. Per ricompensa, Benko avrebbe offerto a Schmid un incarico dirigenziale lautamente remunerato nella sua holding. Anche in questo caso non si conosce l’ammontare del compenso, ma in situazioni analoghe (si pensi per esempio all’ex cancelliere socialdemocratico Alfred Gusenbauer, “assunto” da Benko nel consiglio di sorveglianza della casa madre) il compenso si era aggirato tra i 2 e i 3 milioni all’anno.

Buone notizie per Benko – si fa per dire – su un altro fronte, quello dell’amico ex cancelliere Sebastian Kurz. Dopo aver abbandonato la scena politica, Kurz aveva costituito una società di consulenza, la SK Management, di cui si era avvalso Benko per convincere un investitore straniero a finanziare con 100 milioni una delle sue società. Alla società di Kurz spettava una provvigione di 2,4 milioni, di cui 750.000 euro versati subito.

All’apertura delle procedure concorsuali nell’impero di Benko, Kurz aveva presentato il suo credito residuo di 1,65 milioni, vantato nei confronti di una delle tante società della holding. Da oggi sappiamo che Kurz ha ritirato la sua richiesta: rinuncerà alla provvigione milionaria. La notizia è stata data dal settimanale Profil, che ha sbirciato nell’elenco dei creditori, che si sono fatti avanti entro la scadenza fissata del 5 marzo. Manca il nome di Kurz (o, meglio, della sua società SK Management).

Non ci sono spiegazioni ufficiali per questa marcia indietro dell’ex cancelliere. È improbabile che l’abbia fatto per non infierire sull’amico in difficoltà (1,65 milioni sono briciole, in un fallimento da 15 miliardi). È più verosimile che Kurz abbia fatto bene i suoi conti. La società debitrice, anch’essa fallita, ha una massa attiva di 213.000 euro e mentre quella passiva ammonta a 5,7 milioni. Se Kurz avesse partecipato alla spartizione di ciò che resta, avrebbe incassato qualche migliaio di euro, a fronte di spese legali molto più elevate. Meglio rinunciare a tutto e metterci una pietra sopra.

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