Martedì 23 Aprile 2024

Da ieri nei cinema austriaci si può vedere un docufilm che ha per protagonista Sebastian Kurz, l’ex giovane cancelliere – il più giovane della storia austriaca – uscito di scena nel 2021 dopo essere stato travolto da una serie di scandali, per uno dei quali dovrà rispondere il mese prossimo davanti al Tribunale di Vienna. Kurz, ormai non più tanto giovane, ritorna in scena suo malgrado, trascinatovi da Kurt Langbein, che gli ha dedicato un film dal titolo “Projekt Ballhausplatz – Ascesa e caduta di Sebastian Kurz”.

Chi segue questo blog sa già che cos’è il “Projekt Ballhausplatz” (ne avevamo scritto il 3 febbraio scorso). È il piano messo in atto con meticolosa determinazione da Kurz e da un gruppo ristretto di sodali per eliminare il segretario in carica dell’Övp, prenderne il posto e poi partire alla conquista della Ballhausplatz, sede della Cancelleria federale. Ovviamente a quel tempo nessuno sospettava l’esistenza di un simile “Projekt”, che nell’intenzione di Kurz e dei suoi pretoriani sarebbe dovuto restare segreto. Lo si è appreso soltanto dopo la caduta del protagonista.

Il film di Langbein racconta come tutto ciò sia potuto accadere. Non è un film con attori che interpretano i personaggi di Kurz e soci, come in alcuni film in Italia dedicati, per esempio, a Berlusconi. La vicenda del politico rampante dell’Övp è ricostruita esclusivamente con immagini d’archivio originali, alternate a interviste a esponenti politici, giornalisti, esponenti della cultura.

Il docufilm spiega come un gruppo di giovani uomini sia riuscito a occupare la stanza dei bottoni (la Ballhausplatz) e a trascinare il governo dell’Austria ai limiti della democrazia. Come il viaggio per raggiungere il vertice del Paese fosse stato pianificato con acribia, senza esclusione di mezzi leciti e illeciti. Spiega le ragioni dell’ammirazione dell’opinione pubblica per il giovane cancelliere e perché il “System Kurz” alla fine sia fallito.

Tutto comincia nel 2010, quando “Basti”, allora segretario federale dei giovani dell’Övp, richiama l’attenzione su di sé con una campagna elettorale del tutto insolita e inconcepibile per un partito bigotto come il suo: gira l’Austria a bordo di un suv denominato “Geilmobil” (“auto che fa arrapare”), accompagnato da uno stuolo di ragazze sexy in hot-pants e poco altro. Poco dopo diventa sottosegretario per l’Integrazione, poi ministro degli Esteri e infine segretario dell’Övp e, nel 2017, cancelliere.

I giornali austriaci – non tutti ovviamente – sono ai suoi piedi, perché ne condividono la linea o più prosaicamente perché comprati con laute inserzioni pubblicitarie. Ma anche in Germania c’è chi si innamora di “Basti”, giungendo a invidiare l’Austria che può contare su un simile leader, mentre a Berlino ci si deve “accontentare” di Angela Merkel. Tra i quotidiani infatuati di Kurz è la Bild Zeitung, che, come si sa, come giornale non è un gran che, ma ha una diffusione capillare nelle case tedesche.

Il “System Kurz” (detto anche “sistema turchese”, dal nuovo colore imposto dal suo leader all’Övp, che tradizionalmente era prima nero e che, ora che Kurz non c’è più, torna a essere quello nero) mette sottosopra la Repubblica austriaca, con il potere concentrato nelle mani di un circolo ristretto di fidati pretoriani. In politica interna domina l’emarginazione delle minoranze sociali ed etniche, mentre il Partito popolare, un tempo conservatore, ma aderente ai valori di solidarietà della dottrina sociale cristiana, si trasforma in un partito populista di destra, sottraendo terreno all’Fpö, il partito dell’estrema destra che fu di Haider.

E poi scoppia lo scandalo di Ibiza. Colpisce in primo luogo l’Fpö, perché il video girato clandestinamente sull’isola spagnola rivela la disponibilità del leader di quel partito, Heinz-Christian Strache, a scambiare appalti pubblici con la presunta nipote di un oligarca russo in cambio di tangenti. Ma, di rimbalzo, colpisce anche Kurz e la sua banda, perché le indagini portano alla scoperta di migliaia di chat scambiate tra lo stesso Kurz e i suoi collaboratori, che portano alla luce tutte le operazioni, lecite e illecite, tramate per conquistare il potere. La pubblicazione di quelle chat sconvolge l’opinione pubblica, ma sconvolge soprattutto il partito di Kurz, costretto a dimettersi da cancelliere e da segretario politico.

La parabola di “Basti” termina qui, almeno per ora. Il film di Langbein ci aiuta a seguirne la traiettoria attraverso le interviste rilasciate da alcuni testimoni di quegli anni. Non sono amici di Kurz, anzi. Ma questa scelta di campo non è imputabile al regista, che aveva chiesto di poter raccogliere anche le voci degli uomini di Kurz e dello stesso ex cancelliere, ottenendo un cortese rifiuto.

Kurz ha preferito reagire facendo produrre in tempi record due altri film su di sé, ovviamente apologetici, perché fossero disponibili nelle sale prima dell’arrivo del “Projekt Ballhausplatz”. Chi ne abbia sostenuto i costi non si sa. Si sa soltanto che uno è stato prodotto in Germania e l’altro in Croazia. I due film avrebbero dovuto creare una cortina fumogena, destinata a far scemare l’interesse per il documentario di Langbein, ma non è stata una buona idea. Da quanto sappiamo, le sale dove si proiettano i due film sono vuote e la loro irruzione ha fatto soltanto da grancassa per l’arrivo ieri del film di Langbein.

Tra le testimonianze proposte, ci sembra interessante quelle di Matthias Strolz, fondatore e primo segretario di Neos (partito conservatore di centro) e di Helmut Brandstätter, già direttore del “Kurier”, licenziato dall’editore su pressioni di Kurz, perché considerato poco addomesticabile. Entrambe riguardano in un modo o nell’altro il mondo dell’informazione austriaco.

“Kurz – dice Strolz nel docufilm – ha comprato una gran parte dei media, in un modo più elegante di Orban, che invece ha comprato i suoi giornali attraverso intermediari austriaci, per poi chiuderli. Kurz e il suo gruppo li hanno foraggiati (i giornali, nda) a spese dei contribuenti”.

Brandstätter nel docufilm ricorda come fu fatto fuori: “Kurz ha detto di aspettarsi ‘un chiaro sostegno del Kurier alle elezioni di autunno’ e io gli ho risposto che non potevo farlo. Nel mio contratto stava scritto che noi dovevamo fare un giornale indipendente e non dovevamo sostenere nessuno. E poi l’annuncio: ‘Devi deciderti se sei mio amico o mio nemico, con tutte le conseguenze”. Le conseguenze non si sono fatte attendere: il “Kurier” ha licenziato il suo direttore.

NELLA FOTO, Sebastian Kurz sul cofano della “Geilmobile” (“l’automobile che fa arrapare”), un suv circondato da ragazze sexy con cui nel 2010 aveva dato inizio alla sua scalata al potere.

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