Venerdì 19 Luglio 2024

Nella settimana che si è appena conclusa abbiamo celebrato l’anniversario della capitolazione del Terzo Reich. Lo ha fatto anche la Russia, che dal tempo di Stalin, per distinguersi dal mondo occidentale, lo fa con un giorno di ritardo, il 9 maggio. Nell’occasione l’Ambasciata russa a Roma ha scritto su Twitter: “78 anni fa il popolo sovietico vinse la Grande Guerra Patriottica (riportiamo le iniziali in maiuscolo come nel testo originale, nda), liberando l’Europa dal nazismo. Buona giornata della Vittoria!”.

Se un marziano sbarcato sulla Terra avesse letto questo post, avrebbe dedotto che l’Urss aveva fatto tutto da sola, senza il contributo di Gran Bretagna, Francia e soprattutto Usa. Il tentativo dell’ambasciatore russo di “appropriarsi” della vittoria, dimenticando deliberatamente gli alleati, ha suscitato coloriti commenti su Twitter. Ma anche il termine “liberazione” ha fatto discutere. L’Armata Rossa, è vero, è riuscita a cacciare la Wehrmacht dai Paesi dell’Est Europa. Ma ha portato loro anche la libertà?

Il quesito si pone, naturalmente, anche per l’Austria, dove però la situazione nell’immediato dopoguerra è stata più complessa e, per certi versi, analoga a quella della Germania. L’Austria, infatti, è stata liberata quasi in contemporanea da tutti o quasi tutti i Paesi alleati. L’Urss è arrivata dall’Ungheria (cioè da est), Usa, Gran Bretagna e altri Paesi coinvolti (dalle truppe neozelandesi alla Brigata ebraica) dalla Germania (ovest) e dall’Italia (sud). Da sud sono arrivati anche i partigiani titini, che per qualche tempo hanno occupato parte della Carinzia. Vienna, per esempio, è stata liberata dai sovietici, mentre Mauthausen è stata liberata dagli americani.

La conseguenza di questo ingresso contemporaneo di eserciti con differenti bandiere sul suolo austriaco fu la suddivisione del territorio del Paese in quattro zone di occupazione. Alla Francia toccarono il Vorarlberg e il Tirolo; alla Gran Bretagna, la Carinzia, la Stiria e il Tirolo orientale; agli Usa, il Salisburghese e la parte dell’Alta Austria a sud del Danubio. All’Urss andò tutto il resto: l’Alta Austria a nord del Danubio, la Bassa Austria e il Burgenland. Vienna fu divisa in quattro zone di occupazione, come Berlino. Soltanto il centro storico (il primo distretto) fu amministrato congiuntamente da tutti i quattro Paesi. L’occupazione alleata durò 10 anni e si concluse nel 1955.

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I soldati dell’Armata Rossa giunsero a Vienna il 13 aprile, al termine di una guerra che era costata loro milioni di morti, di cui 20.000 soltanto negli ultimi, pochi giorni sul territorio austriaco, per la resistenza ostinata opposta fino all’ultimo dalla Wehrmacht. Giunsero come “liberatori”, ma non furono considerati tali. Non come i soldati inglesi o gli americani. Ancor oggi l’occupazione sovietica è percepita nella memoria collettiva come un periodo di violenze e soprusi e i soldati dell’Armata Rossa come stupratori e sciacalli.

Per essi l’Austria rappresentava il primo contatto con il mondo capitalista e le condizioni di vita della popolazione – nonostante le macerie, la miseria, le privazioni e la fame – appariva nettamente migliore di quella che avevano lasciato in patria. Dopo le sofferenze di anni di guerra e i crimini efferati commessi dalla Wehrmacht sul suolo russo, era inevitabile un atteggiamento di rivalsa.

Gli ordini superiori ai soldati sovietici erano rigorosi: “Siate rappresentanti orgogliosi del nome glorioso dell’Armata Rossa. L’intero mondo deve conoscere non soltanto la forza dell’Armata Rossa che tutto vince, ma anche l’alto grado di disciplina e di cultura dei suoi soldati”. Più che ordini, erano esortazioni e ammonimenti. O parole al vento.

I soprusi e le spogliazioni erano all’ordine del giorno, tanto da indurre l’allora segretario dell’Spö (il Partito socialdemocratico austriaco) e futuro Capo dello Stato Adolf Schärf a chiedere consiglio al cancelliere Karl Renner sull’opportunità di menzionare nei suoi appunti sulla liberazione di Vienna “i saccheggi, le profanazioni, le requisizioni, senza urtare i sovietici”. I governanti austriaci di allora erano cauti nel protestare, anche di fronte a evidenti abusi e crimini, nel timore che ciò potesse pregiudicare il ritorno alla sovranità, la cui concessione dipendeva dalle potenze occupanti.

I soprusi più gravi commessi dai sovietici riguardavano la violenza sulle donne. Gli stupri di massa rappresentarono la pagina più buia dell’occupazione da parte dell’Armata Rossa. Secondo la storica Barbara Stelzl-Marx, la dimensione del fenomeno sarebbe impossibile da quantificare. Nelle sue ricerche si è limitata a fare il conto dei casi effettivamente documentati: 270.000 stupri attribuibili ai militari dell’Armata Rossa, di cui 240.000 a Vienna e in Bassa Austria, 10.000 in Stiria, 20.000 nel Burgenland.

I dati di fonte sovietica non sono noti. I rapporti su episodi che avrebbero danneggiato il prestigio dell’Armata Rossa sono tuttora sotto chiave. Stelz-Marx ha potuto raccogliere elementi soltanto su pochi casi, che avevano avuto un seguito processuale in Austria. Tra questi la violenza sessuale compiuta su una dozzina di donne da un soldato russo, che per questo era stato giustiziato. Il Codice penale di guerra sovietico, infatti, prevedeva in questi casi la pena capitale. Che però non sempre veniva applicata. Generalmente gli stupratori finivano in un lager di rieducazione per 5 anni, ridotti a due per quelli che si erano distinti in combattimento.

Un episodio particolare ricostruito dalla storica riguarda quattro soldati ubriachi, che nell’estate 1947 avevano fermato due ciclisti, marito e moglie, dalle parti di Eisenstadt (Burgenland). Avevano legato l’uomo e violentato la donna. Ironia della sorte, i due ciclisti erano entrambi iscritti al Partito comunista austriaco. Il Tribunale militare aveva condannato a morte i quattro, ma il marito della donna stuprata era intervenuto chiedendo ai giudici che sul caso fosse mantenuto il silenzio, perché “noi siamo comunisti e voi siete comunisti”. Insomma, la preoccupazione di non infangare il prestigio dell’armata comunista prevaleva sull’oltraggio subito dalla moglie.

L’altro aspetto rimasto nella memoria degli austriaci sono i saccheggi. Ovviamente erano ufficialmente proibiti, ma ai soldati dell’Armata Rossa era consentito di spedire a casa dei pacchi: un soldato semplice poteva spedire 5 chili al mese, un ufficiale 10 chili, un generale 15 chili. Era evidente che in questo modo veniva consentito ai soldati di portarsi a casa “souvenir” del Paese conquistato.

Quale genere di souvenir? Ci aiuta a trovare la risposta la denuncia di una masseria di Eberau, paesino del Burgenland al confine con l’Ungheria. L’amministratore lamenta il furto di tutto il bestiame, di tutte le macchine e gli attrezzi agricoli, delle provviste; e poi di tutte le porte, le finestre, le stufe, le piastrelle dei pavimenti e persino degli stucchi dei soffitti. L’immagine di questi soldati che svuotano gli edifici di quella masseria ci ricorda quella attualissima dei soldati russi che, dopo aver aggredito l’Ucraina, se ne tornano a casa portando con sé lavatrici e frigoriferi.

Questo era il “bottino di guerra” dei soldati. Gli ufficiali dei servizi segreti, grazie ai mezzi di cui potevano disporre, si appropriavano di gioielli d’oro, pezzi di antiquariato, quadri di valore. L’inventario degli oggetti trafugati nell’Urss comprende, tra l’altro, 60.000 pianoforti, 459.000 apparecchi radio, 3,3 milioni di paia di scarpe.

C’è poi il costo umano dell’occupazione sovietica dell’Austria. Una persona poteva sparire da un giorno all’altro e nessuno più ne conosceva la sorte. Poteva essere la tenutaria di un bordello, sospettata di spionaggio, o potevano essere normali cittadini accusati di attività controrivoluzionarie o di propaganda antisovietica. Soltanto tra il 1950 e fino alla morte di Stalin nel 1953, i cosiddetti “tre anni neri”, oltre cento austriaci furono deportati a Mosca e impiccati.

Nel film “Il terzo uomo”, ambientato nella Vienna del 1947, c’è già traccia del brutale comportamento dell’amministrazione sovietica. Ma quando Graham Greene ne scrisse la sceneggiatura la dimensione e la crudeltà dei crimini commessi dall’Urss nelle zone austriache occupate non erano ancora note.

NELLA FOTO del 1945, soldati dell’Armata Rossa davanti alla Neue Hofburg di Vienna.

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