L’Fpö, partito dell’estrema destra sovranista austriaca, ha festeggiato i 70 anni con una sontuosa cerimonia nei saloni della Hofburg e con una festa popolare poi nella torrida piazza del duomo di Santo Stefano, due luoghi simbolo dell’identità austriaca, non scelti a caso. La sigla “Fpö” si traduce alla lettera “partito liberale austriaco”, ma non corrisponde alla realtà. L’Fpö in qualche anno della sua storia è stato un partito liberale, come lo intendiamo noi, ma non lo era stato prima e non lo è ridiventato dopo, al punto che ai tempi di Jörg Haider venne espulso dalla federazione europea dei partiti liberali, per i suoi legami con il nazismo.
Ora fa parte dei “patrioti” europei, come la Lega. Meno strizzate d’occhio al nazismo (che tuttavia non mancano), più sovranismo, che si declina in politiche di “remigrazione” e di propositi di uscire dall’Unione Europea e dall’euro (la Brexit non ha insegnato nulla), con tutto l’armamentario dei sovranisti europei che conosciamo: no-vax, filo-Putin, stop agli aiuti all’Ucraina ecc.
I festeggiamenti a Vienna hanno riguardato soprattutto l’oggi, che vede l’Fpö ormai stabilmente al primo posto nei sondaggi e nei voti dell’elettorato. È presente al governo di cinque Länder su nove (in Stiria addirittura ha fatto sua la carica di governatore), ma non ancora alla cancelleria, per l’impossibilità di formare una coalizione che superi il 50% dei seggi parlamentari. Forse raggiungerà questo obiettivo al prossimo turno di voto, nel 2029.
È l’augurio che gli hanno rivolto gli ospiti a Vienna dei partiti “fratelli”. Tra gli altri Viktor Orban, in una delle sue prime apparizioni dopo la sconfitta elettorale, la tedesca Alice Weidel, che viaggia anche lei, con la sua Alternative für Deutschland, verso orizzonti luminosi, l’olandese Geert Wilders, ancora sofferente per l’insuccesso a sorpresa alle elezioni dello scorso anno.
Sono personaggi che abbiamo spesso incontrato alle manifestazioni di Salvini in piazza del duomo di Milano. Ma a Vienna non c’era Salvini e non c’era nemmeno un luogotenente della Lega. Così come non s’è visto il generale Vannacci. Sarebbe stato interessante vedere i due schierati sullo stesso fronte nella capitale austriaca, mentre in patria vorrebbero cavarsi gli occhi.
Herbert Kickl, segretario politico dell’Fpö, ha tenuto il discorso principale dell’evento, in cui ha ribadito i temi che gli sono cari, sorvolando sul significato dei 70 anni dell’Fpö. Sarebbe stato opportuno farlo, ma forse il suo popolo alla Hofburg e in piazza non avrebbe capito. O non avrebbe gradito.
L’Fpö nasce il 7 aprile 1956, dieci anni dopo gli altri partiti della Seconda Repubblica. Come mai? Sarebbe stato opportuno spiegarlo. Nasce dalla trasformazione del Verband der Unabhängigen (Lega degli indipendenti) nel partito con la sigla Fpö che conosciamo oggi e diventa subito il bacino di raccolta degli ex nazisti. Già il VdU rappresentava l’area austriaca tedesco-nazionale, ma non propriamente nazionalsocialista. Nell’Fpö, invece, gli ex nazisti hanno mano libera, basti ricordare che primo presidente del partito fu eletto quell’Anton Reinthaler, che era già stato ministro di Hitler e comandante di una Brigata di Ss.
Si capisce allora anche il perché della data di nascita ritardata. Fino al 1955 l’Austria era ancora occupata dalle potenze vincitrici della guerra, che non avrebbero tollerato la presenza di un partito di nazisti. Usciti di scena gli alleati, un anno dopo l’Austria cambia spartito. Si era spacciata per “prima vittima del nazismo”, mentre ora, in nome di una cosiddetta “riappacificazione”, permette agli ex nazisti di riacquistare i diritti politici e di candidarsi al Parlamento.
I partiti “storici”, come quello dei cristiano-sociali, che però ora preferisce chiamarsi Partito popolare (Övp), per far dimenticare le sue radici nell’austrofascismo, e quello socialdemocratico (Spö) fanno a gara per accaparrarsi gli ex della croce uncinata. Si assiste a una vera e propria campagna acquisti, nella quale tuttavia l’Spö ha maggiore successo. Nel tempo la connotazione nazionalsocialista dell’Fpö si attenua e prevale l’anima liberale. È una fase non lunga, che culmina con la partecipazione dell’Fpö al governo con la socialdemocrazia, prima con l’appoggio esterno al governo di Bruno Kreisky, poi addirittura con la partecipazione organica. Questa svolta liberale dell’Fpö dura fino al 1986, quando Jörg Haider, con un colpo di mano al congresso del partito riunito a Innsbruck, ne prende le redini, risvegliandone l’anima nazionalsocialista mai completamente scomparsa.
Da allora a oggi poco è cambiato. L’attuale segretario Kickl è lo stesso che scriveva i discorsi al fulmicotone di Haider, sapendo intercettare splendidamente gli umori dell’elettorato austriaco di destra. Inizialmente avevano portato a imprudenti sbandate (si pensi solo all’elogio della politica dell’occupazione nel Terzo Reich, pronunciato da Haider nel Landtag carinziano, che nel 1991 gli costò la presidenza), che avevano messo il partito al margine dello spettro politico. Ma Haider era troppo intelligente per non imparare la lezione e aveva subito corretto la rotta.
Oggi, a 70 anni dalla nascita dell’Fpö, il lessico nazionalsocialista è assente dai discorsi di Kickl e dei suoi compagni di partito. Prevalgono i temi consueti a tutti i movimenti sovranisti e un avvicinamento recente agli identitari. L’obiettivo non è più un’Austria unita alla Germania, in un’unica “grosse” nazione tedesca, ma un’Austria sovrana, libera dai lacci di Bruxelles, trasformata in un “bastione” contro l’invasione dei migranti. Tra dieci anni, se saremo ancora qui, riferiremo il seguito dalla storia
NELLA FOTO [APA/Tobias Steinmaurer], Herbert Kickl mentre parla alla manifestazione per i 70 anni dell’Fpö.
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