Mercoledì 22 Maggio 2024

21.04.02 Alexander Schallenberg e Hugo Portisch - CopiaIl “coccodrillo”, nel gergo giornalistico, è un articolo che le redazioni dei giornali tengono pronto nel cassetto. Contiene la biografia di un personaggio importante, un po’ avanti con gli anni e talvolta in precarie condizioni di salute. Se il personaggio muore – e questo può accadere anche a tarda notte, quando il giornale sta per essere stampato – l’articolo per annunciarne il decesso e per far sapere ai lettori chi era il defunto è bell’e pronto: basta prenderlo dal cassetto e inserirlo nella pagina, fingendo che sia stato appena scritto.

Molto spesso questi articoli – pubblicati nei giornali o letti alla tv – hanno in comune le prime righe: lutto nel campo dello sport, lutto nel campo della musica, lutto nel campo del giornalismo, a seconda che sia morto un calciatore, un direttore d’orchestra o un giornalista in pensione. È una banale frase fatta, che denota pigrizia mentale e a volte ipocrisia, perché non corrisponde al vero.

O, per meglio dire, quasi sempre non corrisponde al vero.

Ieri, per esempio, è morto a Vienna, all’età di 95 anni appena compiuti, Hugo Portisch, al cui nome è legato il giornalismo austriaco del secondo dopoguerra. La sua morte è l’eccezione in cui l’espressione “lutto nel giornalismo” resterebbe banale, ma almeno direbbe la verità.

Non solo il giornalismo austriaco è in lutto, è in lutto l’Austria, perché perde una delle sue voci più autorevoli e ascoltate, anche se ormai presente di rado sulla scena dell’informazione, per ovvie ragioni anagrafiche. L’annuncio della morte ha aperto ieri quasi tutti i siti web di informazione, mentre l’Orf ha precipitosamente modificato i palinsesti dei programmi serali nel secondo e nel terzo canale, per far posto a servizi dedicati allo scomparso.

La biografia professionale di Portisch è lunga e non direbbe granché a chi non conosce i giornali austriaci. Evitiamo quindi di parlarne, limitandoci a ricordare due momenti soltanto della sua vita, che da soli giustificano quel “lutto” di cui dicevamo sopra.

Il primo risale al 1964, quando Portisch era direttore del Kurier di Vienna, dopo esperienze in varie testate anche all’estero (New York Times, Washington Post). In quell’anno Portisch si fa promotore di un referendum per la riforma dell’Orf, l’emittente radiotelevisiva austriaca che allora non si chiamava ancora così. Radio e televisione erano un pascolo riservato del potere politico, ovvero del Partito popolare (Övp) e del Partito socialdemocratico (Spö), che insieme rappresentavano quasi il 90% dello spettro partitico. Se un direttore di testata, di redazione, di rete, di servizio era dell’Spö, il vicedirettore doveva per forza essere dell’Övp e viceversa. Ogni notizia era filtrata e necessariamente in sintonia con la linea del governo.

Portisch si fa portavoce di un movimento di opinione che non sopporta più un’informazione pubblica così soggiogata. Molti giornali (tra cui anche la “Kleine Zeitung” e “Die Presse”) offrono il loro appoggio, mentre l’”Arbeiter Zeitung”, organo dell’Spö, e altre testate sovvenzionate dallo Stato ignorano completamente la proposta referendaria. La consultazione popolare ha un successo strepitoso e determina, anche se non immediatamente, la trasformazione dell’Orf nell’istituzione che oggi conosciamo, necessariamente attigua alla politica, ma governata da un consiglio indipendente con reali poteri decisionali, di cui fanno parte esponenti di altri settori della società (c’è anche un rappresentante della Caritas).

Il secondo momento che ci piace ricordare è quello tra il 1981 e il 1995, quando Portisch, ormai anziano e non più attivo nel giornalismo quotidiano, cura la realizzazione di due serie di documentari per la televisione sulla storia dell’Austria, il primo che va dalla sconfitta nella prima guerra mondiale allo scoppio della seconda e il secondo dalla nascita della Seconda Repubblica all’ingresso dell’Austria nell’Unione Europea. Sono 39 puntate di 90 minuti ciascuna, che hanno offerto ai telespettatori austriaci immagini mai viste prima della loro patria (ritrovate in archivi di tutto il mondo, anche in quelli dell’Urss, divenuti finalmente accessibili anche agli storici occidentali), contribuendo a consolidare quell’identità nazionale fino ad allora così precaria.

Quelle 39 puntate sono servite a comprendere meglio l’Austria anche all’autore di questo blog, che le ha tutte registrate quasi con devozione dalla tv, per conservarle nella sua nastroteca. Anche lui può dire oggi di essere in lutto. E non sarebbe una frase fatta.

NELLA FOTO, l’ultima apparizione pubblica di Hugo Portisch nel 2019, quando gli fu conferita dal ministro degli Esteri, Alexander Schallenberg, la Grande onorificenza in oro per meriti della Repubblica austriaca.

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/mvol2/hires/02/17/40/28/12h.001Anche in Austria pochi sanno che Hugo Portisch, con la moglie Traudi, morta tre anni fa, avevano scelto di passare buona parte del loro tempo libero in Italia. Circa trent’anni fa avevano comprato casa sulle colline toscane, tra Firenze e Pisa. Non sappiamo esattamente dove, perché erano stati proprio loro a non volerlo rivelare, per non essere disturbati nel loro “buen retiro”. La Toscana è una delle regioni predilette dagli austriaci, più per prolungate villeggiature all’ombra degli ulivi e dei cipressi, che per visite frettolose. In Parlamento esiste addirittura una “Toskana Fraktion”, così chiamata scherzosamente per definire i deputati che fanno le vacanze in Toscana, quasi costituissero un gruppo parlamentare (Fraktion) a sé stante. Se Portisch avesse rivelato l’indirizzo della sua casa toscana avrebbe ricevuto ogni giorno visite di connazionali, non sempre gradite.

Come lui e sua moglie fossero finiti lì lo spiegò lui stesso in una non recente intervista. Trenta o quaranta anni fa – andiamo a memoria – i coniugi Portisch erano in viaggio sull’Autostrada del sole e dovevano far benzina. Tanto per cambiare quel giorno i i distributori delle aree di servizio erano chiusi per sciopero. Furono costretti così a uscire dall’autostrada nella zona di Firenze per riempire il serbatoio dell’auto. Casualmente Portisch trovò in tasca il biglietto con numero di telefono di un amico viennese che aveva casa in zona e che lo aveva invitato a una “Jause” (merenda), casomai fosse passato dalle sue parti.

I coniugi Portisch ne approfittarono. Fecero visita all’amico, assaggiarono la “Jause”. L’amico portò su dalla cantina una bottiglia di vino e poi li accompagnò a fare due passi tra i vigneti e gli ulivi. Da quel momento i Portisch capirono che non avrebbero proseguito il viaggio e che quello era il posto giusto per piantare la loro tenda.

NELLA FOTO, Traudi e Hugo Portisch ritratti nel loro “buen retiro” in Toscana, di cui non esistono altre immagini, per evitare l’identificazione della località e visite indesiderate.

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