L’Austria è da 30 anni membro dell’Unione Europea. L’ingresso avvenne, infatti, nel 1995, a poco meno di due anni dall’avvio delle trattative tra Vienna e Bruxelles. Un tempo sorprendentemente breve, se pensiamo ai Paesi balcanici da anni in lista di attesa. Ma questo si spiega facilmente con il fatto che l’Austria possedeva fin dall’inizio gran parte degli “acquis” necessari per essere ammessa all’Unione.
La richiesta di adesione a quella che allora si chiamava ancora “Europäische Gemeinschaft” (Comunità europea) era stata presentata il 17 luglio 1989. A firmare la lettera a Bruxelles era stato l’allora ministro degli Esteri Alois Mock, del Partito popolare (Övp). Le trattative vere e proprie avevano avuto inizio il 1. febbraio del 1993 e già un anno e un mese dopo Mock aveva potuto annunciare che “la via dell’Austria in Europa era libera”.
Per l’ingresso formale, tuttavia, si era reso necessario un referendum. Entrambi i partiti di governo – l’Övp e l’Spö (Partito socialdemocratico) – erano sostenitori dell’adesione. Contrario, invece l’Fpö, il partito dell’estrema destra nazionalista guidato da Jörg Haider, che vedeva nell’Europa un mostro burocratico e centralizzatore. Curiosamente fino a qualche anno prima l’Fpö era stato un sostenitore dell’ingresso nell’Ue, ma le posizioni alle volte cambiano, soprattutto se motivate da ragioni di politica interna. Accadde a destra, ma anche a sinistra: i Verdi e alcuni gruppuscoli extraparlamentari dell’estrema sinistra furono contro l’adesione (mentre oggi i Verdi sono tra i più europeisti in Austria).
Il referendum si tenne il 12 giugno 1994 e fu un grande successo per il governo. Due terzi degli austriaci (66,6%) votarono per il sì e due settimane dopo, il 24 giugno, fu firmato il trattato di adesione. La cerimonia ebbe luogo nell’isola di Corfù, poiché in quel semestre la presidenza di turno spettava alla Grecia. L’evento fu accompagnato da un grottesco scontro istituzionale tra la Cancelleria federale e il Capo dello Stato, Thomas Klestil, che pretendeva di essere lui a firmare il trattato. Alla fine di un tira e molla, fu il cancelliere Franz Vranitzky (Spö) a sottoscrivere il documento, che in novembre fu ratificato dal Parlamento.
Contemporaneamente all’Austria, anche Svezia e Finlandia aderirono nel 1995 all’Ue, mentre la Norvegia, che pure aveva assolto tutti i compiti per poter farne parte, dovette rinunciare in seguito a un referendum in cui il 52,2% dei norvegesi si erano dichiarati contrari. Il numero dei Paesi membri dell’Ue salì così a 15.
Fu un bene o fu un male per l’Austria entrare a far parte della famiglia europea? A distanza di 30 anni gli umori sono cambiati. Alcuni eventi globali quali la pandemia e attualmente la guerra in Ucraina hanno smorzato gli entusiasmi iniziali. A sfavore dell’Europa ha giocato soprattutto la propensione diffusa in tutti i partiti a scaricare su Bruxelles le responsabilità di tutto ciò che non funziona in casa, anche in materie in cui l’Europa non ha alcuna competenza. Ad alimentare l’euroscetticismo è soprattutto l’Fpö, non diversamente da ciò che fanno i partiti sovranisti di ogni Paese, riuniti in Europa nel gruppo dei “patrioti”.
Ma l’orientamento pro Europa è rimasto prevalente, benché altalenante. Alla fine dello scorso anno era emerso dai sondaggi che soltanto il 60% degli austriaci erano soddisfatti di far parte dell’Ue: un valore superiore al 50%, ma comunque il secondo più basso tra tutti gli Stati membri. È curioso notare come uno dei Länder con il maggior numero di euroscettici sia il Burgenland, proprio quello che dall’ingresso nell’Ue ha tratto i maggiori benefici: era il Land più povero dell’Austria, con un tasso elevatissimo di emigrazione e grazie ai fondi strutturali europei è diventato oggi il terzo dell’Austria per reddito pro capite.
Evidentemente i vantaggi procurati dall’appartenenza all’Unione Europea – dalla mobilità, dalle frontiere aperte, dalle possibilità di commerciare in un mercato così vasto – non sono percepiti o vengono considerati come scontati. Sfugge, per esempio, il boom economico determinato dall’appartenenza a un mercato unico, che fa risparmiare alle aziende miliardi in costi per la burocrazia, i tempi di attesa alle frontiere, le incertezze tra sistemi commerciali e giuridici diversi.
Per l’Austria questo ha comportato una quadruplicazione in trent’anni dell’export, passato dai 31,5 miliardi del 1995 ai 137,4 del 2023. Ciò ha contribuito a una crescita reale del Pil dello 0,7% in più all’anno. Rispetto agli altri Paesi non membri dell’Ue (europei ed extraeuropei) la crescita dell’interscambio commerciale è stata del 40% superiore.
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