Sabato 7 Novembre 2026

Nei primi anni postbellici e poi in quelli della guerra fredda Vienna pullulava di giornalisti, anche alcuni italiani. Perché era lì, in quella “terra di mezzo” tra il mondo occidentale e quello comunista, che si trovavano le fonti migliori per capire che cosa stesse succedendo “dall’altra parte”. Quell’epoca è finita da un pezzo e ormai giornalisti italiani non ce ne sono più, nel senso di corrispondenti con sede stabile a Vienna. Da molti anni non c’è più nemmeno la redazione dell’Ansa, per cui oggi, quando in Austria capita qualcosa di importante, se ne deve occupare l’Ansa di Berlino.

Con la fine della guerra fredda anche le spie sembravano scomparse da Vienna. Invece non era così. Ce ne sono ancora, anche se hanno cambiato obiettivi e strategie. Ce ne sono soprattutto russe, perché Vienna è sì la capitale di un piccolo Stato, ma si trova in una posizione strategica sulla carta geopolitica dell’Europa.

La scoperta che un russo, con cittadinanza greca, svolgesse da anni azione di spionaggio a Vienna ha sorpreso molti (ne abbiano parlato ieri in questo blog), ma non i servizi di intelligence austriaci. A cui risulta che delle tante spie che Putin ha inviato in giro per l’Europa almeno una su quattro avrebbe la sua base a Vienna. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il ruolo dell’Austria è diventato ancora più importante e rischioso.

Forse si ricorderà che allora i governi dei Paesi europei decisero di espellere 400 diplomatici russi, ben sapendo che una parte di essi erano agenti dei servizi. L’Austria fu tra i Paesi meno solerti a farlo e ne rispedì a Mosca soltanto quattro dei 300 (trecento!) in servizio all’ambasciata di Vienna. Si disse che ciò era dovuto all’esistenza di importanti rapporti commerciali, che andavano preservati, ma le ragioni potevano essere altre, non tutte confessabili. Pochi ex cancellieri, ex ministri o ex di qualcosa, come quelli austriaci, cessate le loro funzioni politiche hanno poi svolto attività ben remunerate di consulenza per il governo russo e per o con le aziende più o meno pubbliche di quel Paese.

Non molto tempo fa il “Financial Times” aveva definito l’Austria “un’autentica portaerei” per le attività russe in Europa. C’è in Austria un esperto di spionaggio, Thomas Riegler, che ha pubblicato quest’anno il libro “I servizi segreti dell’Austria”. In esso scrive che entrambi gli agenti dei servizi segreti militari russi, che nel settembre 2014 avevano fatto saltare in aria due depositi di munizioni a Vrbetice, in Cechia, avevano poi fatto ritorno a Mosca passando per Vienna. L’attentato, in cui due persone erano rimaste uccise, era stato disposto per impedire che quelle munizioni fossero fornite all’Ucraina. Altri agenti che avevano assistito all’attentato, senza però prendervi parte attivamente, avevano operato da Vienna.

Di episodi del genere ce ne sono più d’uno. Un agente “dormiente”, smascherato nel 2011 in Germania, nel 1984 si era fatto rilasciare un certificato di cittadinanza austriaca dal Comune di Wildalpen (in Stiria), esibendo falsi documenti. Il pacchetto con il veleno al polonio per il dissidente russo Alexander Litvinenko dovrebbe essere stato custodito in una cassetta di sicurezza alla stazione centrale di Innsbruck.

E poi c’è il caso di quel colonnello dell’Esercito, che dal 1992 al 2918 aveva rivelato segreti di Stato e segreti militari (comprese informazioni Nato, a cui l’Austria aveva accesso in qualità di partner) all’intelligence russa. Era stato scoperto nell’autunno del 2018 e noi ne avevamo dato notizia in questo blog l’8 dicembre, il 13 dicembre e il 14 dicembre di quell’anno. I documenti destinati a Mosca non venivano consegnati manualmente a emissari dell’ambasciata russa, come ai vecchi tempi, ma trasmessi direttamente via satellite (nell’abitazione dell’ufficiale erano state trovare le effemeridi con l’indicazione precisa delle ore in cui il satellite russo si trovava a orbitare sopra l’Austria). Per le sue prestazioni il colonello era stato compensato con 280.000 euro.

Fin qui i casi recenti di cui si hanno notizie. E poi ci sono quelli di cui si sa poco, ma si sospetta molto. Perché tanti ex politici di primo piano austriaci si sono messi poi a libro paga da Putin? Perché Jan Marsalek (era il presidente di Wirecard, azienda nel settore dei servizi finanziari elettronici, fallita con un buco di 2 miliardi), per sfuggire all’ordine di cattura internazionale, ha potuto trovare rifugio a Mosca? Seguiteci, perché prima o poi arriverà la risposta anche a queste domande.

NELLA FOTO, l’ambasciata russa a Vienna.

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