
Grazie alla Secession di Vienna abbiamo finalmente l’occasione di un incontro ravvicinato con le installazioni coinvolgenti di Mire Lee, artista coreana di 38 anni, che da anni alterna la sua residenza tra la città dove è nata, Seul, e Amsterdam. L’associazione culturale viennese, che prende nome dal palazzetto Jugendstil che la ospita, ha dedicato a Lee una personale, allestita però in due sedi: quella della Secession, ovviamente, e il Korea Cultural Center, che si trova al numero 43 della Kärntner Strasse. La prima si intitola “Il cuore della mia macchina è il piombo d’oro”; la seconda, “Le donne che ho amato”, comprende una selezione di opere cinematografiche dell’artista.
Ma è la prima, quella alla Secession, che ci interessa di più, perché mette al centro le installazioni di grande dimensione di Lee, spesso costituite da macchine che perdono pezzi e liquidi e strutture quasi organiche, che sembrano gocciolare e decadere. Gli elementi motorizzati rotti sembrano gemere, sfidando l’efficienza comunemente associata alla tecnologia moderna. Invece di superfici lucide e funzionamento regolare, Mire Lee mette in scena un mondo di resistenza e decadenza. I suoi scenari inquietanti, simili a quelli di una fabbrica, fanno apparire la materia instabile e viscerale, che ricorda i fluidi corporei, la carne e i rifiuti industriali, influenzando direttamente i sensi e il corpo dei visitatori.
Negli spazi della Secession l’aria è pesante, soffocante, calda, decisamente tesa. Il pavimento dello spazio espositivo, normalmente incontaminato, questa volta invece mostra tracce di una sostanza viscosa, che si diffonde e scorre lungo un muro inclinato. L’opera è in divenire e si trasforma nel corso della mostra, che durerà fino al 26 agosto. Su quel muro si accumuleranno dei grumi che formeranno una crescente pelle di croste arrugginite. Questo divisorio funge da barriera che nasconde una grande betoniera che ruota pigramente sullo sfondo. La macchina emette un suono sordo e continuo, come un battito monotono: il suo stomaco è squarciato come una ferita, il suo nucleo interiore esposto, incapace di riposare.
Questo apparato cinetico si muove tra vitalità e collasso. Al suo interno si svolge un ciclo entropico: ricalibrato e alterato meccanicamente, il tamburo continuerà a ruotare per tutta la durata della mostra. Un groviglio di tubi in pvc attraversa la stanza come un sistema vascolare e pompa in cicli infiniti una soluzione liquida che contiene, tra le altre cose, ossido di ferro, polvere di ottone e segatura. La pala agitatrice a forma di spirale della betoniera mette in movimento la sostanza rossa e viscosa, provocando occasionalmente la formazione di macchie metalliche sulla sua superficie. Il soffitto della sala è stato rimosso per consentire l’ingresso della luce naturale.
In fondo alla sala vecchi striscioni pubblicitari delle precedenti mostre della Secession sono sparsi nell’ultima sezione della mostra. Sulle loro superfici si possono vedere frammenti di parole ricoperti di lamina di ottone, assieme a segni e motivi ricoperti di saldatura al piombo. Ispirate al Fregio di Beethoven di Gustav Klimt, presente nel piano interrato della Secession, le opere mettono in contatto un linguaggio ornamentale con il calore industriale, la tossicità e le tracce di depositi materici. Il piombo, contenuto nelle saldature, è ora associato all’inquinamento e alla cattiva salute, sebbene un tempo fosse ampiamente utilizzato in architettura, artigianato, cosmetici e ornamenti e fosse apprezzato tanto per la sua malleabilità e lucentezza, quanto per la sua utilità. Qui il suo luccichio sembra un residuo malinconico: uno splendore materiale che difficilmente si può più desiderare.
L’etimologia e la storia culturale del termine “malinconia” (o “melanconia”, come preferiva dire un nostro amato e stimato professore di lettere del liceo) dirigono questa oscurità materiale verso l’interno, verso il corpo stesso. La parola deriva dal greco antico “melas” (nero) e “choli” (bile) e indica l’origine degli insegnamenti sul corpo. Si credeva che la bile nera provenisse dalla milza e, in eccesso, causasse profonda tristezza e dolore. Uno squilibrio tra i quattro umori – sangue, bile gialla, catarro e bile nera – significava che il corpo umano stava cedendo e deteriorandosi: sia fisicamente che mentalmente.
Le opere di Mire Lee si comportano come creature ibride disfunzionali, intrappolate in cicli incessanti di produzione ed esaurimento. Qui la macchina dell’artista compie un’altra rotazione attorno al proprio asse: occupa il centro della stanza, reagisce all’architettura dell’edificio e allo stesso tempo divide lo spazio. A poco a poco si diffonde un ambiente fatto di eccessi, sporcizia e spasmi convulsi.
La mostra è aperta al pubblico dal martedì alla domenica, fino al 26 agosto, dalle 12 alle 18.
[Contributo di Secession]
NELLA FOTO di Iris Ranzinger, l’installazione “Il cuore della mia macchina è il piombo d’oro”, che dà il titolo alla personale di Mire Lee, nella Secession di Vienna; nella seconda foto, di Melissa Schriek per il New York Times, l’artista coreana alle prese con una delle sue creazioni.
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