Domenica 14 Giugno 2026

Nella sua prima seduta il nuovo Parlamento austriaco ha eletto quest’oggi i suoi tre presidenti. Non un presidente e due o più vice, come in Italia, ma proprio tre presidenti, contraddistinti da un numero ordinale: primo presidente, secondo presidente, terzo presidente.

Il primo presidente è molto importante, perché incarna la seconda carica dello Stato, dopo il presidente della Repubblica. Per giunta, è inamovibile: non può essere rimosso nemmeno da un voto di sfiducia. Per cacciarlo, quindi, deve dimettersi l’intero Parlamento. Si capisce, pertanto, quanto il suo ruolo sia importante e di quale potere disponga, al limite dell’arbitrio.

È prassi in Austria che le tre cariche (primo, secondo e terzo presidente) vadano a esponenti dei tre partiti usciti in quest’ordine dal risultato elettorale. L’elezione non avviene, dunque, in base a un accordo politico tra i partiti della maggioranza (che attualmente in Austria è ancora di là da venire), ma nell’applicazione di una prassi sempre rispettata dal 1945 in qua. Nel linguaggio politico e giornalistico si parla di usance, con un francesismo preso in prestito dal lessico commerciale.

Oggi è stato eletto primo presidente Walter Rosenkranz, deputato dell’Fpö, perché il suo partito ha vinto le elezioni. Secondo presidente, Peter Haubner dell’Övp. Terzo presidente, Doris Bures dell’Spö. La prassi o, se vogliamo dire, la usance è stata rispettata. Ma non senza torsioni di stomaco.

I Verdi, in particolare, contravvenendo alla usance, non hanno votato Rosenkranz, ma non avrebbero votato nessun esponente dell’Fpö, che considerano un partito di neonazisti. Anche negli altri partiti non sono mancati i voti contrari, benché Övp ed Spö avessero dichiarato di appoggiarne la candidatura e Neos avesse data libertà di scelta ai propri deputati. Alla fine Rosenkranz ha ottenuto 100 voti e, poiché i deputati sono 183, significa che non solo i Verdi, ma anche molti socialdemocratici e popolari hanno deciso di non appoggiarlo.

La ragione è che molti contestano a Walter Rosenkranz atteggiamenti ambigui con il nazismo. Le solite fisime della sinistra che, non avendo altri argomenti, si aggrappa al fantasma incombente del fascismo? Non è proprio così. Dei popolari tutto si può dire, tranne che siano di sinistra. Idem per i Neos.

Ovviamente Rosenkranz non ha in tasca la tessera del Partito nazionalsocialista e soprattutto non si dichiara nazista, perché altrimenti in Austria, come in Germania, verrebbe subito arrestato. Ma sono i suoi comportamenti che rivelano la sua visione politica del mondo. In primo luogo l’appartenenza alla Burschenschaft Libertas, associazione di universitari di estrema destra, che si contraddistingue per il nazionalismo pangermanico e per alcuni “riti” nazisti, come i duelli tra i propri membri, allo scopo di creare tra gli stessi un legame di sangue. Sono Burschenschaften che si autodefiniscono “schlagende”, perché “si battono” all’arma bianca in combattimenti, o “Mensuren”, che lasciano poi tracce sul corpo e sul volto. La cicatrice alla guancia è un segno d’onore. Anche Haider ne aveva una. Rosenkranz ha partecipato a otto di questi duelli, per dimostrare il suo onore, e anche lui ha una guancia sfregiata.

Si può definire nazista chi rende omaggio a un criminale nazista, scordandosi di dire che era nazista e criminale? Rosenkranz lo ha fatto, parlando di Johann Karl Stich nel libro “150 anni di Burschenschaften in Austria”. Anche Stich, come Rosenkranz, era stato membro della Burschenschaft Libertas, ma qualche decennio prima, e, come Rosenkranz, era originario di Krems, cittadina della Bassa Austria lungo il Danubio. Rosenkranz lo definisce “una figura chiave dell’Austria fra il 1918 e il 1938” (sono gli anni tra la caduta dell’Impero e l’Anschluss al Terzo Reich).

In realtà, come Procuratore generale al Tribunale superiore di Vienna, si distinse per la ferocia con cui perseguitò ebrei e antinazisti. Lo fece fino all’ultimo, anche quando l’Armata rossa era ormai alle porte di Vienna, ordinando il trasferimento a Krems di 44 condannati a morte, per poter eseguire la sentenza. Il libro in cui il neoeletto presidente del Parlamento elogia la “figura chiave” di Stich non è di 100 anni fa, ma del 2009, quando Rosenkranz era già deputato.

Non mancano altri comportamenti, anche recenti, di Rosenkranz da cui traspare la sua Weltanschauung. Ne vogliamo citare alcuni. Per esempio, la voglia di uscire dall’Unione Europea, qualora dovesse venir meno il principio dell’unanimità (che consente ai Paesi membri, come l’Ungheria, il diritto di veto), ipotesi che peraltro non si porrà, perché l’Ue, secondo Rosenkranz, imploderà prima che ciò avvenga.

Ovviamente è contro le sanzioni alla Russia e, se fosse diventato Capo dello Stato (si era candidato a quella carica nelle elezioni del 2022), avrebbe invitato Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky al castello di caccia di Mürzsteg, residenza estiva presidenziale, per colloqui di pace.

Quanto all’antisemitismo, qual è la posizione di Rosenkranz? La Burschenschaft Libertas ovviamente non ammette ebrei tra i suoi membri. Ma è una scelta maturata a fine ‘800 – ebbe modo di spiegare il nostro solo pochi anni fa – e l’antisemitismo di allora era giustificato dal fatto che all’Università gli ebrei erano in sovrannumero.

Razzisti di ieri e razzisti di oggi, come gli Identitari. Intervistato nel 2019 dall’Orf sulla sua vicinanza a questi estremisti, Rosenkranz spiegò che portavano davvero “un’aria fresca” e per questo avevano un cerco charme. Un altro personaggio che Rosenkranz ha dichiarato di aver preso a modello è Julius Sylvester, deputato nazionalista pantedesco della Prima Repubblica e fervente antisemita.

Potremmo continuare con altre citazioni e nell’elenco non mancherebbe quella scontata che Rosenkranz, durante la pandemia, era ovviamente un no-vax. Ma ci fermiamo qui, perché il rosario sarebbe troppo lungo. A proposito, forse a qualcuno potrebbe essere sfuggito che Rosenkranz in tedesco vuol dire proprio rosario.

NELLE FOTO, Walter Rosenkranz oggi in Parlamento, mentre riceve le congratulazioni del suo segretario Herbert Kickl, dopo l’elezione a presidente, e a una riunione dell’estrema destra, in cui indossa il cappellino di Burschenschaftler.

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