Venerdì 6 Novembre 2026

Croci di vetta sì, croci di vetta no. Siamo tutti informati sul dibattito in corso. Dai primordi dell’alpinismo era invalso l’uso di erigere croci sulle cime delle montagne. Erano simboli religiosi in sintonia con il comune sentire della gente di montagna. Nel tempo, soprattutto nel tempo recente, quel “sentire della gente” non è più tanto comune. Non perché la società sia diventata multietnica (i nuovi arrivati, di fede musulmana o comunque non cristiana, non sono frequentatori assidui della montagna, almeno per ora), quanto perché la società si è secolarizzata.

Così l’Österreichischer Alpenverein (Öav), il club alpino austriaco, si è espresso tre anni fa contro la posa di nuove croci sulle montagne. Quelle esistenti non sono in discussione. Vanno considerate come un importante patrimonio storico e culturale e pertanto si devono conservare. Qualora dovessero deteriorarsi nel tempo, l’Övp ne promuoverebbe il restauro o la sostituzione. Ma sulle nuove croci il parere del club alpinistico è assolutamente contrario. Non per ragioni religiose – afferma – ma per preservare una natura già abbastanza antropizzata. L’obiettivo è preservare la natura rimanente nella sua forma attuale e nella sua bellezza originaria, senza alterarla con ulteriori costruzioni artificiali.

Quelle dell’Alpenverein sono motivazioni che fanno acqua da tutte le parti. Non sarà una croce o un altro simbolo di vetta (sul Tricorno oltre un secolo fa fu montata una torretta cilindrica in metallo, sul Tuglia è piantato un enorme chiodo da roccia in legno) ad alterare la natura alpina. A questo ci pensano già funivie e seggiovie, vie ferrate, a volta addirittura strade camionabili, dove non sono di alcuna utilità. È evidente, invece, l’atteggiamento, che qualcuno definirebbe woke, di apparire neutrali rispetto a un sentimento religioso che ormai anche in Austria è minoritario.

Ne parliamo qui oggi per dar conto di ciò che è capitato a Hartmut Hedenig, 50 anni, originario di Köttmannsdorf, vicino a Klagenfurt. È un artigiano del metallo. Con il ferro e con l’alluminio – afferma – può costruire di tutto. Con il ferro e con l’alluminio aveva costruito due enormi croci, che qualche anno fa aveva collocato sulla vetta di due montagne carinziane. Dopo due anni, però, era stato costretto a rimuoverle. Non per intervento dell’Övp, ma dei proprietari dei terreni, contrari alla presenza dei due manufatti.

Hedenig aveva voluto evitare problemi e le aveva smontate lui stesso, riportandole a valle, con l’aiuto di suoi amici. Ma non per questo aveva rinunciato al sogno di vedere le sue croci su qualche cima. Per questo un anno fa aveva lanciato un appello attraverso la Kleine Zeitung, annunciando di voler “regalare” le croci. L’offerta era stata immediatamente accolta. A Hedenig erano state proposte 40 cime e tra queste l’artigiano carinziano ha scelto la Edelweissspitze, sulla cresta delle Caravanche che fa da confine con la Slovenia.

È stato Hedenig in persona a trasportare la croce sulla vetta e a installarla, con l’aiuto di alcuni amici alpinisti. «Siamo saliti più volte, portando con noi attrezzi e altro materiale. Ogni ascensione richiedeva circa due ore e un quarto di cammino». La vetta della Edelweissspitze è un punto panoramico strepitoso: da lassù si possono ammirare la Bärental (la “valle degli orsi” divenuta famosa ai tempi di Jörg Haider), la Bodental e le Alpi Giulie slovene. E la croce si può scorgere anche dal rifugio Klagenfurt, sul versante nord del monte.

Nessuna reazione, per ora, dall’Österreichischer Alpenverein.

NELLA FOTO, la croce montata in cima alla Edelweissspitze da Hartmut Hedenig (è quello seduto con la t-shirt rossa).

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