Si poteva evitare la sparatoria nel Realgymnasium di Graz? La domanda non trova una risposta definitiva. Alcuni sostengono che non sarebbe stata prestata sufficiente attenzione al disagio di cui soffriva Artur A., l’attentatore ventunenne. Ma quali segnali aveva lanciato il giovane che potessero lasciar intuire una così drammatica conclusione? Certo, era introverso, non salutava i vicini di casa, non partecipava alla vita sociale del luogo in cui abitava (ora sappiamo che abitava a Kalsdorf, un comune di 9 mila abitanti a sud di Graz), preferiva isolarsi nel web. Ma quanti giovani e quanti adulti si trovano nelle sue stesse condizioni, senza però sparare all’impazzata contro bersagli casuali?
L’attenzione allora si sposta sul problema delle armi da fuoco, che in Austria possono essere acquistate con estrema facilità. Una legislazione più restrittiva avrebbe evitato la strage di martedì scorso? Forse sì e forse no. Ma, nel tentare una risposta alla domanda, troviamo una grande sorpresa.
Sappiamo che Artur A. possedeva legalmente il fucile a pompa e la pistola Glock. Aveva superato positivamente il test psicologico e aveva ottenuto il certificato che lo autorizzava a detenere le armi. Formalmente tutto in regola.
Senonché a 17 anni il giovane era stato chiamato alla visita per il servizio di leva, che in Austria esiste ancora e dura sei mesi. Artur A., tuttavia, era stato esonerato, in quanto giudicato “psichicamente instabile”. Dunque, non idoneo all’uso delle armi nell’esercito, ma idoneo all’uso delle armi da privato cittadino.
Qualcosa evidentemente non torna. In primo luogo, viene il sospetto che i test per la detenzione di armi in ambito privato vengano effettuati con imperdonabile superficialità. In secondo luogo si ha l’impressione che esercito e servizi di sicurezza lavorino in compartimenti stagni, senza che vi sia uno scambio di dati che, nel caso di Graz, avrebbero potuto evitare dieci croci.
L’esercito sapeva che Artur A. era “psichicamente instabile”, al punto di non ritenerne opportuno l’arruolamento, ma ha mantenuto il riserbo su questa valutazione. Un portavoce del Ministero della Difesa, interpellato in proposito, si è richiamato alle esigenze di privacy, che ovviamente sono importanti. Ma devono prevalere anche in un campo come quello dell’uso delle armi?
Una risposta a questa domanda potrebbe servire anche da risposta alla domanda che ci eravamo posti all’inizio.
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