Giovedì 16 Aprile 2026

Peršmanhof è un villaggio di poche case nella Carinzia abitata dalla minoranza slovena, in comune di Eisenkappel. Le Caravanche, che segnano il confine con la Slovenia, sono a due passi da lì. Se ne ricorda il nome soltanto perché in questo luogo il 25 aprile 1945 una unità speciale di un battaglione di SS fucilò 11 dei suoi abitanti, come rappresaglia per le incursioni partigiane nella zona.

Peršmanhof ricorda quell’inutile massacro di civili a pochi giorni dalla fine della guerra con un piccolo museo, in cui sono raccolti documenti e foto. E qui da qualche anno, con il patrocinio del museo, si tiene un campo estivo di giovani, con l’obiettivo di coltivare la memoria di quel che accadde 80 anni fa. Il programma comprende conferenze, dibattiti, musica e fuochi di bivacco quando cala il sole.

Domenica scorsa, per ragioni che sfuggono alla comprensione umana, i circa 60 partecipanti al campo estivo di Peršmanhof sono stati presi d’assalto – in senso figurato, ovviamente – da uno spiegamento di forze dell’ordine del tutto spropositato. Come se si dovesse affrontare una banda di criminali o un raduno mafioso.

Stiamo parlando di 30 poliziotti armati fino ai denti, giunti sul posto con sette veicoli, un elicottero, droni, una pattuglia con cane poliziotto. Mobilitato anche il Landesamt für Staatsschutz und Extremismusbekämpfung (l’ufficio dell’antiterrorismo), con il suo comandante Gerold Taschek, l’Ufficio stranieri e perfino il “capitano” del distretto di Völkermarkt, Gert-André Klösch, che equivale a un prefetto a livello mandamentale.

Per che cosa? C’erano sospetti di attività sovversive o di piani criminali? No, semplicemente di violazioni di norme di ordine amministrativo, tipo campeggio non autorizzato o raduno non autorizzato e danni all’ambiente naturale. Una delle contestazioni riguardava non ben definiti comportamenti lesivi della dignità del luogo, dove si conserva la memoria del massacro del 1945, mentre lo scopo del campeggio di Peršmanhof era proprio quello di onorare quella memoria.

L’operazione di polizia è durata quattro ore e ha portato all’arresto di tre persone (rilasciate nella stessa giornata, dopo essere state interrogate nella stazione di Eisenkappel) e alla denuncia di molte altre per resistenza alla forza pubblica. Due persone sono rimaste ferite: una per aver battuto la testa, mentre la polizia la costringeva con la forza a scendere dall’auto, l’altra a una mano, schiacciata da una porta del museo, che la polizia voleva chiudere, per poi perquisire i locali senza la presenza dei partecipanti al raduno.

Difficile individuare le responsabilità di una parte e dell’altra. La polizia era intervenuta in forze per identificare tutti i partecipanti al raduno (per campeggio non autorizzato?) e ha incontrato una inevitabile e prevedibile resistenza. Molti erano sotto choc e non riuscivano a capacitarsi del perché di una tale mobilitazione. Alcuni erano addirittura nipoti delle 11 vittime del massacro di 80 fa. Tra questi l’ex politico e avvocato Rudi Vouk, accorso a Peršmanhof mentre era ancora in corso l’operazione di polizia. Vouk ha presentato un esposto alla Procura di Stato per abuso di atti d’ufficio e violazione dei diritti della persona.

La vicenda, al di là degli aspetti penali, ha assunto inevitabilmente un rilievo politico. Sul caso sono intervenuti tutti i partiti e addirittura il vicecancelliere Andreas Babler (Spö), mentre il governatore della Carinzia, Peter Kaiser (pure dell’Spö), ha convocato per oggi a una “tavola rotonda” tutte le parti coinvolte, per un chiarimento. C’è il timore, infatti, che l’improvvida operazione voluta dal distretto di Völkermarkt, possa turbare la pacifica convivenza tra carinziani di lingua tedesca e slovena, finalmente raggiunta dopo gli anni burrascosi di Jörg Haider.

Che il rischio sussista lo conferma, del resto, l’ampio spazio dedicato al caso Peršmanhof da “Delo”, il più importante quotidiano della Slovenia. Il giornale ha parlato di “brutale azione della polizia”, di “intimidazione pianificata” e di una “ingerenza inaccettabile nella cultura commemorativa della minoranza slovena”, avanzando il sospetto che all’origine di tutto vi siano motivazioni politiche. E per questa ragione ha chiesto “azioni decisive, non solo parole vuote, sia alle istituzioni austriache che alla Repubblica di Slovenia, che, a suo avviso, ha il dovere e la responsabilità di proteggere la sua minoranza”.

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