Mercoledì 22 Maggio 2024

19.12.11 Peter Handke e Carlo XVI Gustavo re di SveziaIl frac è un abito che si vede sempre meno in giro, come il cappello a feluca degli ambasciatori o la tonaca dei sacerdoti. Una delle occasioni principali in Austria è il Ballo dell’Opera, che ha luogo sempre la sera del giovedì grasso: nessuno può entrare nelle sale della Staatsoper se non lo indossa, nemmeno i fotografi che ci vanno solo per lavoro. Un’altra delle rare occasioni è il conferimento del Premio Nobel nella sala dei concerti di Stoccolma.

Anche Peter Handke, scrittore così poco incline all’etichetta, si è adattato ieri a infilarsi quella scomoda giacca nera a coda di rondine per ricevere dal re di Svezia il papiro e la medaglia del premio, alla presenza di 1500 ospiti, anch’essi in frac. Una cerimonia solenne, accompagnata, come talvolta accade, da polemiche e proteste

Ieri è stata una di quelle volte. Del resto era più che scontato. Handke è un grande scrittore, uno dei più grandi della letteratura tedesca contemporanea. Ma è anche uno che ama schierarsi politicamente anche in vicende scabrose. Di per sé non è un male avere il coraggio delle proprie idee, ma poi bisogna accettarne le conseguenze.

Peter Handke è una delle poche personalità che negli anni della guerra contro la Serbia, seguita alle guerre che questo Paese aveva condotto contro la Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina e alla repressione contro la popolazione di etnia albanese della provincia ex autonoma del Kosovo, era andato controcorrente. Si era schierato al fianco di Slobodan Milosevic, capo del governo serbo. Lo aveva fatto non soltanto pubblicando saggi e un libro in cui giustificava le aggressioni della Serbia, compreso il genocidio di Sebrenica, ma recandosi spesso a Belgrado, bombardata nel 1999 dagli aerei della Nato. Aveva fatto visita in carcere a Milosevic, accusato di genocidio dal Tribunale dell’Onu per crimini contro l’umanità. Alla sua morte, aveva partecipato alle sue esequie a Belgrado, pronunciando l’orazione funebre.

Nulla di tutto questo è emerso nei discorsi pronunciati ieri nella cerimonia di premiazione. Forse c’era stata una tacita intesa, per evitare situazioni che sarebbero potute essere imbarazzanti. Ma ciò che è stato taciuto nella sala dei concerti, è stato pronunciato a gran voce invece nella Norrmalmstorg, la piazza poco distante, dove si sono riunite alcune centinaia di contestatori dello scrittore austriaco. Un luogo non scelto a caso: nella Norrmalmstorg già al tempo delle guerre balcaniche si erano svolte manifestazioni per sollecitare la fine di quella carneficina, culminata con il massacro di Sebrenica.

A Vienna una quindicina di anni fa avevamo conosciuto Fatima, una ragazza bosniaca musulmana sopravvissuta a Sebrenica. Faceva la commessa in un negozio di scarpe della Lugner City e, come noi, frequentava per qualche settimana un corso per migliorare il suo tedesco all’Internationales Kulturinstitut (lo stesso che compare nel lungo curriculum di studi del presidente del consiglio Giuseppe Conte). Ci aveva raccontato della sua famiglia sterminata delle milizie di Radovan Karadzic, assieme ad altri 8000 uomini e donne, vecchi e giovani, fra i 13 e gli 88 anni. In quegli anni si stavano identificando una a una le salme con il dna; quelle dei suoi non erano state ancora trovate. Nella sua casa non aveva potuto più mettere piede, perché occupata da una famiglia serba. Per questo aveva trovato asilo a Vienna.

Non sappiamo se tra i dimostranti di Stoccolma ieri ci fosse anche Fatima. Ma ci piace pensare che anche lei abbia voluto e potuto partecipare, per testimoniare con la sua presenza l’infamia di chi ha negato o relativizzato la gravità di un crimine come Sebrenica. Anche perché nella cerimonia alla presenza del re nessun altro lo ha fatto. Se n’è guardato bene Anders Olsson, presidente del Comitato del Nobel, nella sua “laudatio”.

Chi non era d’accordo si è fatto da parte. Come lo scrittore Peter Englund, membro dell’Accademia svedese, che ha reso pubbliche le sue dimissioni, o come i rappresentanti delle ambasciate di Albania, Croazia, Turchia e Kosovo, che hanno disertato la cerimonia.

 

 

NELLA FOTO, il re di Svezia Carlo XVI Gustavo, a destra, mentre consegna il Premio Nobel allo scrittore austriaco Peter Handke.

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