Martedì 13 Gennaio 2026

18.05.03 Peter Szijjarto, ministro esteri UngheriaL’Ungheria è ai ferri corti con l’Austria, dopo che il governo di Vienna mercoledì scorso ha deciso di ridurre gli assegni familiari ai cittadini ungheresi che lavorano in Austria, ma che hanno lasciato a casa moglie e figli. Il ministro degli esteri di Budapest, Peter Szijjarto, ha definito il provvedimento “indecoroso e indecente”, annunciando il proposito di ricorrere alla Corte di giustizia europea, per farlo dichiarare illegittimo.

L’Ungheria è uno dei Paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrád”,che comprende anche Polonia, Cechia e Slovacchia. Secondo alcuni osservatori, anche l’Austria ne sarebbe stata attratta, dopo la formazione del nuovo governo Kurz, di centro ed estrema destra, ma non è così. Le dichiarazioni piuttosto dure del ministro Szijjarto lo dimostrano.

Paesi governati da forze nazionaliste e populiste possono essere solidali tra loro finché si tratta di dare la caccia ai migranti, perché non oltrepassino il confine; possono condividere uno spiccato euroscetticismo (benché proprio Polonia e Ungheria siano i principali beneficiari dei fondi europei); possono assumere atteggiamenti larvatamente antisemiti (come definire altrimenti il bando contro George Soros del primo ministro ungherese Victor Orbán e condiviso non da tutto il governo austriaco, ma da alcuni esponenti di spicco del partito liberalnazionale che ne fa parte?). Ma non possono andare d’accordo tra loro, perché ciò che contraddistingue i movimenti nazional-populisti è l’egoismo nazionale: ognuno fa gli affari suoi, fregandosene degli altri.

In questo caso si tratta di un affare di 100 milioni di euro. Il governo Kurz ha deciso che i lavoratori stranieri riceveranno assegni familiari di importo inferiore a quello previsto per i lavoratori austriaci. Il provvedimento riguarda soltanto gli stranieri che si sono trasferiti in Austria da soli, lasciando in patria i familiari. Il ragionamento è semplice: il costo della vita all’estero, soprattutto in Paesi del Centro ed Est Europa, è in genere inferiore o addirittura molto inferiore rispetto a quello dell’Austria, per cui l’assegno dovrà essere rapportato a tale costo. La nuova regola entrerà in vigore nel 2019 e, secondo la ministra Juliane Bogner-Strauss, colpirà circa 30.000 famiglie ungheresi, che incasseranno, come abbiamo detto, 100 milioni in meno rispetto al passato.

La riduzione degli assegni familiari, ovviamente, riguarda tutti i lavoratori stranieri, non soltanto quelli ungheresi. Ma è da l’Ungheria che si è levata la reazione più dura, probabilmente perché complessivamente sono oltre 500.000 i cittadini ungheresi all’estero per lavoro (i cosiddetti “migranti economici”). È curioso che proprio il Paese che ha blindato i propri confini, per impedire l’ingresso ai rifugiati in fuga da Paesi in guerra, sia quello che ha visto oltre il 10% della propria popolazione cercare asilo lavorativo all’estero.

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Certo, l’Austria accoglie molto più volentieri ungheresi cristiani che afghani musulmani, ma non è sempre stato così. Negli anni 90’, dopo la caduta della cortina di ferro, piazza Mexico a Vienna pullulava di ungheresi, polacchi, slovacchi e l’Fpö, il partito dell’estrema destra ora al governo, protestava allora contro l’invasione di questi “pezzenti” dell’Est Europa, paventando un aumento della criminalità. Sono passati gli anni, ma l’atteggiamento non è cambiato, sono cambiati soltanto i soggetti: afghani e siriani hanno preso il posto degli ungheresi e dei polacchi. In passato erano stati gli ebrei.

Nel frattempo il governo di Budapest, che ha trionfato alle ultime elezioni tuonando contro l’Unione Europea, chiede aiuto proprio all’Europa per far cambiare idea all’Austria. I populismi vivono anche di questi paradossi.

 

NELLA FOTO, il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto.

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