Si scrive Cpac (Conservative political action conference) e si pronuncia Conferenza delle destre sovraniste del mondo. Esiste da cinquant’anni negli Usa. Nel 2022 Viktor Orban ne ha importato il modello in Ungheria, proponendolo con cadenza annuale. I dibattiti ruotano sempre sugli stessi temi: immigrazione, sicurezza, Unione Europea, intesa come nemica da combattere. Intesa così persino dall’Ungheria, che non è un membro “Nettozahler”, ma beneficiario dei miliardi che gli piovono da Bruxelles, senza i quali sarebbe con le pezze al sedere.
Quella che si è temuta ieri a Budapest, tuttavia, ha avuto un significato particolare. L’Ungheria è alla vigilia del voto (gli elettori andranno alle urne il 12 aprile), e Fidesz, il partito di Orban, è dato perdente nei sondaggi, con oltre 10 punti di distacco dal suo principale rivale, il partito Tisza di Péter Magyar. Ovviamente fino al giorno del voto le cose possono cambiare e la Cpac che si è tenuta ieri sarebbe dovuta servire proprio di supporto a Orban, da 16 anni al governo dell’Ungheria.
Il raduno, indetto con il motto “Avanti verso la vittoria!”, ha visto confluire nella capitale ungherese oltre 600 ospiti di 51 Paesi. Era atteso anche il vicepresidente Usa J.D. Vance, che all’ultimo momento ha rinunciato, ma ha fatto sapere che verrà a Budapest ai primi di aprile, in tempo per le elezioni. Presente con un videomessaggio anche Donald Trump, che ha assicurato pieno appoggio a Orban. Nessuna sorpresa: l’Ungheria, per il presidente Usa, è uno dei Paesi su cui fare affidamento, secondo il documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, pubblicato in dicembre, per disgregare l’Unione Europea.
Tra i nomi dei partecipanti non troviamo rappresentanti dell’Italia, forse perché impegnati nel referendum, mentre troviamo Herbert Kickl, leader dell’Fpö, il partito dell’estrema destra austriaca. Kickl ha aperto il suo intervento invocando un “vento patriottico di cambiamento” per l’Europa, alludendo, evidentemente alla crescita ovunque di partiti sovranisti. Non in Ungheria, però, benché Viktor Orbán sia per lui un “faro di sovranità, sicurezza, coraggio e audacia”, a dimostrazione dell’importanza di non rinunciare alla lotta per la propria patria. “Viktor Orbán fa ciò che il popolo si aspetta da lui, non ciò che vogliono i globalisti. Protegge i confini, rafforza le famiglie, preserva l’identità e si batte per la pace. Non permette a nessuno di dirgli cosa fare”, ha dichiarato Kickl.
Allo stesso tempo, il leader dell’Fpö ha messo in guardia contro una politica che, a suo dire, starebbe distruggendo l’Europa dall’interno, privando i suoi cittadini di tutto ciò che offre loro sicurezza e guida. «L’emigrazione di massa verso l’Europa non è una legge di natura. È l’attuazione di un piano di distruzione e il nostro compito è quello di sventare questo piano e garantire così che prevalga la volontà del popolo», ha dichiarato Kickl. Un Paese ha un’anima, definita da una storia, una cultura e valori condivisi. Se queste fondamenta vengono distrutte, al posto di una nazione vibrante, non resta che una «zona morta di pubblica amministrazione».
Un altro tema che accomuna Kickl a Orban è la vicinanza alla Russia di Putin. Anche l’Fpö, come la Lega di Salvini, ha firmato un patto di amicizia con il partito del presidente russo, e insiste perché siano revocate le sanzioni a Mosca. Ma di questo ieri non si è parlato.
NELLA FOTO di oe24, l’intervento di Herbert Kickl alla conferenza di Budapest di ieri.
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