Cambiano le acconciature per i soldati e le soldate dell’Esercito austriaco. O, per meglio dire, per le soldate resta tutto come prima, mentre il cambiamento riguarda i soldati, in nome della parità di genere. Non saranno più costretti a portare i capelli corti, ma potranno anch’essi lasciarli crescere, purché raccolti in code intrecciate o in chignon. Come le colleghe femmine, appunto.
Così ha deciso la Corte costituzionale, intervenendo su una causa intentata da un ufficiale del Vorarlberg, cui era stata inflitta una sanzione di 3.000 euro, perché si presentava in servizio con la coda di cavallo, contravvenendo al regolamento di disciplina. L’ufficiale aveva presentato ricorso al Tribunale amministrativo, che non aveva annullato la sanzione, ma ne aveva ridotto l’importo.
Per il militare cappelluto, tuttavia, ciò non bastava. Ne aveva fatto una ragione di principio, per cui si era rivolto alla Corte costituzionale, che, questa sì, gli aveva dato pienamente ragione. Per due ragioni. La prima, perché il taglio dei capelli era disposto da un regolamento del 2017 e non da una legge, come sarebbe richiesto per una misura che riguarda i diritti della persona. La seconda, perché la disposizione era diretta esclusivamente ai militari maschi e non anche alle femmine, determinando così una discriminazione di genere a svantaggio dei primi.
Il Ministero della Difesa aveva motivato il taglio corto dei capelli con esigenze di “uniformità” nell’aspetto esteriore del personale militare e con la necessità del “mantenimento dell’ordine e della disciplina all’interno dell’Esercito”. Tesi non condivisa dalla Suprema corte, perché altrimenti si sarebbe dovuta applicare anche alle soldate.
A questo punto il Ministero ha dovuto accettare la sentenza. Ha solo stabilito che i capelli dei soldati, se portati lunghi, debbano essere raccolti in treccia o in chignon, come dicevamo sopra. Questa misura dovrebbe essere costituzionalmente corretta, perché vale sia per gli uomini che le donne in divisa. O, per dirla intedesco, è “geschlechtsneutral”, “neutrale rispetto al genere”.
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