Giovedì 20 Giugno 2024

21.03.05 Matte Federikse, Sebastian Kurz, Benjamin NetanjahuL’Europa è troppo lenta nell’approvazione dei vaccini, per cui l’Austria d’ora in avanti andrà per la sua strada. Si assocerà a Israele, alla Danimarca e ad alcuni altri Stati, per produrre autonomamente vaccini di seconda generazione, senza fare più affidamento su Bruxelles. Erano state queste le dichiarazioni del cancelliere Sebastian Kurz alla vigilia del suo viaggio in Israele, Paese preso a modello per come ha saputo affrontare l’epidemia.

Le parole di Kurz erano state subito stigmatizzate da Parigi per il vulnus che esse recavano alla solidarietà europea. Erano state commentate con sottile ironia da un portavoce dell’Ue (“Siamo interessati a imparare da Austria, Danimarca e Israele… il loro può essere un valore aggiunto per la strategia vaccinale dell’Europa”). Erano state immediatamente apprezzate dal leader della Lega Matteo Salvini, che aveva esortato l’Italia “a fare come l’Austria”.

Ma fare che cosa? Rinunciare ai vaccini acquistati dall’Europa per tutti gli Stati membri, perché tardano ad arrivare? Fabbricarne uno nuovo per conto proprio in collaborazione con Israele, Danimarca e con alcuni altri Stati che sono stati definiti “first mover”? La risposta è venuta dal viaggio che Kurz ha fatto ieri in Israele, dove si è incontrato con il premier Benjamin Netanyahu e con la collega danese Mette Frederiksen.

Israele sembra “la terra promessa” della vaccinazione. Qui si è incominciato con largo anticipo (già il 20 dicembre) e lo si è fatto su larga scala, potendo disporre di un quantitativo pressoché illimitato di dosi. Non perché il vaccino fosse prodotto in loco, ma perché lo aveva messo a disposizione Pfizer-Biontech, ottenendo in cambio le cartelle cliniche (preventivamente anonimizzate) dei vaccinati, in modo da poter disporre di un test su larga scala degli effetti e dei risultati. Uno scambio di favori che ha consentito a Israele di collocarsi al primo posto nel mondo per numero di vaccinati: 3,5 milioni su una popolazione di quasi 9 milioni di abitanti. Non siamo ancora all’immunità di gregge, ma a buon punto del cammino.

Israele, dunque, non fabbrica vaccini, ma si serve dello stesso fornitore dell’Europa. In sinergia con Austria, Danimarca e forse qualche altro Paese avvierà lo studio per produrre un nuovo vaccino che possa contrastare le continue mutazioni del Covid-19. Kurz ha stimato un fabbisogno di 30 milioni di dosi, per poter vaccinare ogni anno 6 milioni di persone (due terzi della popolazione). Si sa che queste cose vanno per le lunghe, possono richiedere dai 5 ai 10 anni. Pfizer-Biontech e Moderna sono stati dei fulmini, perché disponevano già dei bioreattori e del know how necessari. Ma l’Austria e gli altri “first mover” non dispongono di nulla.

Quando incominceranno le ricerche? Quando la produzione? Quale sarà la capacità produttiva? A nessuna di queste domande è stata data risposta nella conferenza stampa indetta dopo l’incontro. Kurz ha annunciato soltanto che si è concordato di costituire una fondazione per avviare lo studio del vaccino, che disporrà inizialmente di un fondo di 50 milioni. Tanto per fare un confronto, per il progetto di “vaccino italiano”, discusso ieri dal ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti con le industrie farmaceutiche, è previsto uno stanziamento di 400-500 milioni.

Insomma, pare che la montagna abbia partorito il topolino. C’è da chiedersi, a questo punto, se l’Austria continuerà a servirsi dei vaccini che le fornisce l’Europa o “andrà per la sua strada”. E c’è da chiedersi anche se Salvini sia informato del “vaccino italiano” di cui si sta occupando il ministro Giorgetti, della Lega come lui. Perché, se lo sapesse, non direbbe che “l’Italia deve fare come l’Austria”, bensì che “l’Austria deve fare come l’Italia”.

 

NELLA FOTO, il cancelliere Sebastian Kurz, al centro, tra la collega danese Matte Frederiksen e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in un centro fitness, dove è stato presentato il “pass” istituito in Israele per tutti i cittadini vaccinati o guariti dall’infezione.

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