Mercoledì 11 Febbraio 2026

Alpinisti di tutto il mondo aprite bene le orecchie. Se decidete di intraprendere un’ascensione in montagna – facile o difficile poco importa – fate attenzione a chi scegliete come partner. Dovesse, Dio non voglia, capitarvi un incidente – e questo in montagna è sempre possibile, come ci insegna Reinhold Messner – rischiereste di risponderne penalmente.

L’allarme ci viene dato dalla disgrazia accaduta lo scorso weekend sul Grossglockner (ne abbiamo riferito in questo blog il 21 gennaio e il 22 gennaio). Due alpinisti del Salisburghese – lui di 36 anni, lei di 33 – hanno tentato la scalata della Stüdlgrat, la cresta sud-occidentale del Grossglockner, nonostante le avverse condizioni meteo. A 50 metri dalla vetta, ormai quasi a mezzanotte, lei non ce l’aveva fatta più a proseguire. Non essendoci segnale telefonico per chiedere aiuto, il compagno era proseguito da solo, fino alla zona in cui aveva trovato campo. Da lì aveva potuto lanciare l’allarme, ma quando le squadre di soccorso avevano raggiunto al donna, dieci ore dopo, questa era ormai morta per assideramento.
Ora l’uomo è accusato di omicidio colposo e dovrà risponderne in Tribunale. Il processo deve ancora essere fissato e non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo però quali sono le ragioni che avrebbero portato alla sua incriminazione. È entrato in ballo quello che in Austria viene definito “Ingerenzprinzip”. La traduzione letterale con “principio di ingerenza” non rende chiaramente l’idea. Meglio ricorrere a un concetto in uso nell’ambiente delle guide alpine.
Qui si parla di “rapporto guida-cliente”. L’accompagnamento di una guida alpina è una prestazione di servizio svolta da un esperto di montagna a cui si affida in inesperto di montagna o, comunque, uno non abbastanza esperto per muoversi con le proprie sole forze. Questo comporta che la guida ha la piena responsabilità della sicurezza del suo cliente.
Nella tragica ascensione al Grossglockner tra i due salisburghesi sarebbe riscontrabile – a detta degli inquirenti – un rapporto guida-cliente, anche se l’uomo non è una guida alpina e se la donna non era una cliente, ma una sua compagna di ascensione e, a quanto si è saputo, anche la sua compagna nella vita. Ciò che conta è che nella cordata c’era un “esperto”, che aveva pianificato e guidato l’ascensione, e un secondo soggetto probabilmente meno esperto e sicuramente meno addestrato fisicamente per affrontare una simile fatica.
Se i due fossero stati alla pari, se avessero effettuato la salita a comando alternato, come si usa dire (svolgendo alternativamente il ruolo più impegnativo, tecnicamente e psicologicamente, di primo di cordata), se a 50 metri dalla vetta fossero stati entrambi sfiniti dalla stanchezza, allora nessuno dei due avrebbe avuto la responsabilità dell’altro. Ma nel caso di cui ci stiamo occupando la polizia del Tirolo ha verificato che l’uomo era l’elemento forte della cordata.
Basta questo per risponderne penalmente? Lo dirà il Tribunale, che probabilmente sarà quello di Innsbruck, dato che il decesso è avvenuto sul versante tirolese del Grossglockner. Un’eventuale sentenza di condanna dovrebbe far rizzare le orecchie a tutti gli alpinisti e indurli a riflettere che, se decideranno di farsi accompagnare in montagna da un amico, da un’amica o persino dal proprio coniuge, saranno responsabili anche penalmente della loro vita, se il partner della loro ascensione non dovesse avere la loro stessa esperienza alpinistica.
Almeno questo accade in Austria. Non sappiamo se l’”Ingerenzprinzip” vale anche Italia. Forse no, perché altrimenti ne conosceremmo la traduzione.

NELLA FOTO, ripresa da una webcam, la Stüdlgrat, la cresta sud-occidentale del Grossglockner, su cui sabato scorso è morta per congelamento l’alpinista salisburghese.

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