Lunedì 18 Maggio 2026

Il cosiddetto piano di pace che Donald Trump ha proposto a Volodymyr Zelensky, con un ultimatum per la sua accettazione (che poi è diventato un “penultimatum”), richiama alla memoria le ultime ore della Prima Repubblica austriaca, alla vigilia dell’Anschluss alla Germania di Hitler. In effetti, anche se la storia non si ripete mai allo stesso modo, tra quel che accade in questi giorni e quel che accadde nel marzo 1938 vi sono molte analogie: la minaccia di una “superpotenza” nei confronti di un piccolo Stato confinante, con il pretesto di por fine a disordini sociali (in quel momento inesistenti) e allo spargimento di sangue (falso); la scelta della leadership austriaca di resistere all’aggressore “fino alla morte”, con una successiva rapida marcia indietro, “per non spargere sangue tedesco”; l’atteggiamento tentennante e ambiguo degli altri Stati europei, che non ferma l’invasione dell’Austria e la sua cancellazione dalla carta geografica dell’Europa.

La scelta di allora dei Paesi europei di non intervenire per fermare Hitler mirava a preservare la pace, ma ebbe il risultato contrario: dopo l’annessione dell’Austria, la Germania occupò i Sudeti e, alcuni mesi dopo, aggredì la Polonia, determinando lo scoppio della Seconda guerra mondiale. “Potevano scegliere tra il disonore e la guerra – scriverà profeticamente Wiston Churchill, dopo gli accordi di Monaco, che diedero carta bianca a Hitler sulla Cecoslovacchia – Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

L’adesione di Trump alla lista dei desideri di Putin, quale appare dal piano di pace proposto a Zelensky, se non contrastata energicamente dai Paesi europei, potrebbe avere gli stessi risultati di quella scelta che 87 anni fa indignò Churchill. Perché, come ha scritto oggi il direttore de “Il Foglio”, Claudio Cerasa, “una pace fondata sulla capitolazione di Kyiv esporrà alle incursioni future della Russia non solo l’Ucraina, ma tutta l’Europa”.

* * *

Per vedere come andarono le cose nell’Austria di 87 anni fa, ritorniamo alle ultime ore che precedettero l’Anschluss. L’Austria è governata da un regime fascista, ispirato al regime di Mussolini, che ha messo fuorilegge tutti gli altri partiti, compreso quello nazionalsocialista, che si ispira invece alla Germania di Hitler. La ragione è esistenziale: l’austrofascismo punta sull’autonomia e sull’indipendenza dell’Austria, mentre il nazionalsocialismo punta sull’annessione (Anschluss) di tutte le aree di lingua tedesca, Austria compresa.

Per alcuni anni il fascismo austriaco ha potuto contare sull’appoggio del fascismo italiano, ma nel 1938 non più. Mussolini e Hitler sono diventati amici. Ciononostante l’Austria cerca di salvaguardare la propria indipendenza e di resistere alle pressioni e alle minacce di Berlino, che opera anche attraverso quinte colonne attive sul proprio territorio.

La svolta cruciale avviene il 12 febbraio 1938, quando Kurt Schuschnigg, cancelliere austriaco, si reca sull’Obersalzberg, sopra Berchtesgaden, per incontrare Adolf Hitler. Aveva ricevuto dal Führer un invito a cui non si poteva dire di no. Ma l’angoscia che precede quell’incontro è tale che, prima di lasciare l’Austria, Schuschnigg si vede di prima mattina con Franz Rehrl, Landeshauptmann del Salisburghese, a cui affida le consegne di “che cosa fare”, qualora non avesse fatto ritorno entro la notte.

Sull’Obersalzberg al mattino il cancelliere ha subito un colloquio di due ore con Hitler. Al pomeriggio il Führer gli presenta la sua bozza di accordo, che sostanzialmente prevede l’inserimento di esponenti nazisti in posizioni chiave del governo e delle principali istituzioni austriache. Ma in realtà non è un accordo. “Qui non si contratta – minaccia Hitler – Io non cambio una virgola. Lei deve firmarlo, altrimenti tutto il resto è inutile e non siamo giunti ad alcuna conclusione. Nel corso della notte, poi, prenderò le mie decisioni sul da farsi”.

L’allusione all’intervento armato è evidente. Quando Schuschnigg tenta di tergiversare viene cacciato dalla stanza – come Zelensky dalla Casa Bianca nel febbraio scorso – e viene convocato il comandante supremo della Wehrmacht, a riprova che Hitler non scherza. Alla fine Schuschnigg firma il documento nella speranza di prendere tempo e di poter contare sull’aiuto di Francia, Gran Bretagna e Italia. L’incontro sull’Obersalzberg dura 9 ore. Al suo ritorno in Austria Schuschnigg dà in parte attuazione alle richieste di Hitler (compresa la ricomposizione del governo, accettata con riluttanza dal Capo dello Stato, Wilhelm Miklas).

Il 23 febbraio Schuschnig riferisce del colloquio con Hitler al Parlamento. “Il governo – dice – considera come suo primo e ovvio dovere mantenere con tutte le sue forze l’intatta libertà e l’indipendenza della madrepatria austriaca”. Conclude con le parole che resteranno nella storia: “Rot-weiss-rot bis in den Tod!”. “Rosso-bianco-rosso (i colori dell’Austria, nda) fino alla morte!”.

Seguono giorni concitati, in cui le pressioni tedesche si moltiplicano, tanto da indurre il cancelliere austriaco a indire per il 13 marzo un referendum per l’indipendenza dell’Austria. Spera in questo modo di poter resistere a Hitler, avendo alle spalle un largo consenso popolare. È un rischio che il dittatore tedesco però non può permettersi e l’11 marzo, alle 2 del mattino, emette la direttiva n. 1 per il “Sondferfall Otto” (è il nome dato all’operazione militare per l’invasione dell’Austria).

Da quel momento le linee telefoniche tra Berlino e Vienna si fanno incandescenti. Nel susseguirsi delle intimidazioni, Schuschnigg presenta le sue dimissioni al Capo dello Stato e qualche ora più tardi rivolge via radio un messaggio alla nazione, in cui avverte che “la giornata odierna ci ha posti di fronte a una difficile e decisiva situazione”. Spiega l’ultimatum ricevuto dalla Germania, che impone al Capo dello Stato la nomina di un nuovo cancelliere gradito a Berlino, pena “in caso contrario l’ingresso delle truppe tedesche” sul suolo austriaco.

La difesa dei colori dell’Austria “fino alla morte” è ormai acqua passata. Schuschnigg annuncia che, “allo scopo di evitare lo spargimento di sangue tedesco, abbiamo dato ordine alla nostra Wehrmacht, nel caso di un’aggressione, di ritirarsi senza opporre resistenza”. Il “sangue tedesco” non è solo quello delle truppe di Hitler, ma anche di quelle austriache, che Schuschnigg, pur rivendicando il diritto alla sovranità austriaca, considera anch’esse parte della “deutsche Nation”. Il messaggio del cancelliere austriaco si conclude con un drammatico saluto: “Mi congedo in questa ora dal popolo austriaco con una parola tedesca e con un intimo desiderio: Dio protegga l’Austria!”.

Mancano ormai poche ore all’ingresso dei cingolati tedeschi in Austria, ma prima di dare il via al piano “Otto” Hitler consulta i suoi gerarchi per verificare quali sarebbero le reazioni degli altri Paesi europei. Alle 22.25 il principe Philipp von Hessen, genero del re d’Italia, informa da Roma che Mussolini ha dichiarato il suo disinteresse per il futuro dell’Austria. Alle 5.30 del giorno dopo le truppe tedesche prendono possesso dei valichi di confine con l’Austria. L’”operazione militare speciale” ha inizio.

NELLA FOTO, l’ultimo cancelliere austriaco prima dell’Anschluss, Kurt Schuschnigg. Rosso-bianco-rosso fino alla morte, ma anche no.

__________________________

AUSTRIA VICINA è anche su Facebook. Clicca “mi piace” alla pagina

https://www.facebook.com/austriavicina