Martedì 14 Aprile 2026

Nel seminterrato del Lentos Museum di Linz è stata allestita una mostra assolutamente originale, dal titolo “Il mondo senza di noi”. Essa esplora il disagio dell’umanità nel non essere più al centro dell’universo. L’uomo diventa un punto minuscolo in uno spazio infinito e la sua storia, la storia dell’umanità, è un battito di ciglia nella storia dell’universo. Non sappiamo se consigliarne o meno la visita, perché se ne potrebbe uscire in preda alle vertigini. Ma è un rischio che forse conviene correre, per comprendere meglio chi siamo e che cosa rappresentiamo in un “mondo che esiste anche senza di noi”, al di fuori della scala umana.

Curata da Markus Proschek e Hemma Schmutz, la mostra si articola attorno a quattro temi principali, in cui arte contemporanea, opere storiche e reperti di storia naturale si affiancano in un rapporto di parità. Dalle loro giustapposizioni, contrasti e rotture emerge una fitta rete di significati. La curatrice direttrice del Lentos, Hemma Schmutz, afferma: “Riunendo opere contemporanee e storiche, ricerca artistica e modelli di storia naturale, emergono nuove prospettive sul tempo e sul significato. Gli standard familiari di esperienza e interpretazione vengono consapevolmente messi in discussione”. Aggiunge Proschek: “La mostra offre inoltre al pubblico l’opportunità di fare un passo indietro e di aprirsi temporaneamente a una prospettiva più ampia, al di là della repressione della propria mortalità e delle proprie certezze”.

Scomparsa (Fine dell’Antropocene)

La mostra inizia nell’Antropocene, il periodo che va dalla rivoluzione industriale a oggi, in cui le caratteristiche climatiche, chimiche e biologiche della Terra vengono modificate dalle attività umane. Il primo filo conduttore è introdotto dall’opera in realtà virtuale di 8 minuti Goto 10 di Victoria Halper e Kai Krösche, che esplora un mondo digitale abbandonato e si interroga su cosa resti di noi e su come ci si senta in un futuro in cui persino gli spazi virtuali muoiono.

Questi interrogativi sulla conservazione e la preservazione vengono ulteriormente approfonditi nell’opera di Christian Kosmas Mayer sulla pratica della capsula del tempo. Queste opere sono accostate a tronchi d’albero fossilizzati provenienti dal Madagascar, testimonianze di un tempo geologico profondo, che relativizzano i sistemi di ordine umani. Il video di Anna Jermolaewa, tratto da Chernobyl Safari, si concentra sulla zona di esclusione istituita dopo il disastro nucleare del 1986 e documenta un paesaggio che sfugge al controllo umano e diventa attore in un post-Antropocene. Philip Topolovac aggiunge un oggetto di archeologia urbana: un reperto deformato dal calore estremo di un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale viene allestito come un frammento geologico e rimanda alla storia violenta dell’Antropocene.

Tempo Profondo

La seconda sezione introduce scale temporali che trascendono quelle umane. Il termine “tempo profondo”, coniato nel 18. secolo, descrive periodi di miliardi di anni, in cui l’esistenza umana dura poco più di un istante. La sovrapposizione di temporalità diventa visibile nella colonna di marmo di Nicolás Lamas, “L’agonia del passato”: tra due blocchi di marmo, il cui materiale racchiude milioni di anni di storia, è incastrato un libro come artefatto della storiografia umana.

Uno stromatolite – una delle prime forme di vita sulla Terra, risalente fino a 3,7 miliardi di anni fa, prodotte da cianobatteri fotosintetizzanti in ambienti marini e poco profondi – estende la scala del tempo profondo. In quanto produttore di ossigeno, costituisce la base di tutta la vita complessa. Le stele di sabbia scultoree di Angelika Loderer alludono ai processi e alle transizioni tra l’effimero e il solido. Collocata al centro dello spazio, l’opera murale di Nika Neelova, Beghost, penetra l’architettura: steli di rosa costruiti, tra l’altro, con denti di squalo fossilizzati, appaiono come una pianta che si riappropria dello spazio. Un’opera grafica di Alfred Kubin accentua l’atmosfera malinconica della mostra. Nell’opera-video di Martin Dammann, “12.755.000.000 Days”, i fossili di mammiferi estinti appaiono come asteroidi nello spazio.

Spazio profondo

Con l’Illuminismo ebbe inizio una rottura con la visione geocentrica del mondo, accompagnata da un’iniziale “ferita narcisistica” all’umanità. L’opera storica di Klemens Brosch, “Osservatorio”, testimonia già un precoce fascino per il cosmo all’inizio del 20. secolo, un’epoca in cui le idee cosmiche erano ancora in gran parte speculative. Anche la “Melencolia I” di Albrecht Dürer combina la malinconia con una precoce riflessione artistica sull’ignoto, includendo una delle prime raffigurazioni realistiche di un meteorite nella storia dell’arte.

Questo cambiamento di prospettiva continua nelle opere contemporanee: quella di Katharina Sieverding, “Guardando il Sole a mezzanotte”, mostra una superficie solare composta da migliaia di immagini della Nasa, in cui la sublimità dell’insondabile universo diventa tangibile. In contrasto con ciò, troviamo una figura storica di Shiva Nataraja, che incarna i cicli cosmici di creazione e distruzione. I dipinti di Michał Zawada si rifanno alla pittura paesaggistica classica, ma sorprendono con interventi surreali come comete o frammenti corporei. I calchi di meteoriti – tra cui un frammento della prima caduta meteoritica documentata – fanno da punto di riferimento in questa sezione, tra interpretazioni mitologiche e prove materiali.

Orrore cosmico

L’ultimo capitolo della mostra è dedicato alla paura dell’ignoto. Il punto di partenza è il concetto di “orrore cosmico”, coniato da H. P. Lovecraft: una sensazione a metà tra fascino e terrore, che nasce dalla consapevolezza che l’universo esiste indipendentemente dall’umanità e che il nostro posto al suo interno è infinitesimale.

Le opere che trattano di comunicazione extraterrestre, forme di vita ibride e fisicità aliene ruotano attorno alla questione di come viene immaginato il non umano. Il lavoro di Mark Fridvalszki sulla missione Voyager attinge all’ingenua speranza che i sistemi di segni umani siano universalmente comprensibili; gli oggetti in ceramica di Chin Tsao oscillano tra attrazione e repulsione; l’iconico Xenomorfo di H. R. Giger rappresenta la natura ibrida dell’extraterrestre: metà macchina, metà organismo, parassitario e incontrollabile.

Una dimensione politica emerge nell’estetica “body horror” di Sophia Gatzkan, mentre Natalia Domínguez Rangel, con strutture vetrose simili a membrane e registrazioni sonore provenienti dalle profondità marine e dall’interno del corpo, apre spazi di percezione al di là dell’esperienza umana. La mostra si conclude con un’opera tentacolare di Philip Topolovac: una struttura parassitaria che si diffonde come un’intelligenza collettiva aliena, un cerchio tematico che riporta al mondo digitale abbandonato all’inizio della mostra.

“Il mondo senza di noi” è un invito a cambiare prospettiva: dall’umanità come metro di misura di tutte le cose, verso un mondo le cui dimensioni superano la nostra immaginazione, ma che è comunque reale.

La mostra è visitabile nel seminterrato di Lentos fino al 10 maggio 2026.

[Contributo di Lentos Kunstmuseum Linz]

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