Martedì 19 Maggio 2026

L’atteggiamento dei Paesi europei nei confronti dei dazi minacciati da Donald Trump varia a seconda dei rapporti commerciali esistenti con gli Stati Uniti. Paesi come la Germania e l’Italia, che esportano molto negli Usa, sono tendenzialmente cauti e propensi a trovare a tutti i costi un compromesso. Chi, invece, è meno condizionato dagli scambi commerciali transatlantici, vorrebbe ripagare il presidente americano con la sua stessa moneta, vada come vada.

In questo contesto si distingue l’Austria, che è tra i Paesi che più sollecitano una risposta dura al Taco della Casa Bianca, pur essendo gli Stati Uniti un mercato importante per i suoi prodotti, soprattutto macchine e autoveicoli. Attualmente è al secondo posto, subito dopo la Germania, con un export di 16,23 miliardi e con un’eccedenza rispetto alle importazioni di oltre 10 miliardi.

Storicamente la Germania era sempre stata il principale partner commerciale dell’Austria, anche prima dell’ingresso nello Spazio economico europeo. Al secondo posto, con un notevole distacco, venivamo noi, a causa probabilmente della vicinanza geografica (gli altri Paesi confinanti a quel tempo erano ancora satelliti di Mosca, con economie asfittiche). In tempi recenti, invece, siamo stati scavalcati dagli Usa e noi siamo diventati terzi.

Anche se gli Usa sono al secondo posto, l’export rappresenta appena l’8,5% del totale delle merci esportate dall’Austria. È comunque una quota importante in termini di fatturato (abbiamo detto 16,23 miliardi) e di lavoratori occupati nel settore. Vi sarebbero tutte le ragioni, quindi, per un atteggiamento prudente del governo austriaco, al pari di Germania e Italia. Invece così non è.

“Il nostro obiettivo – ha dichiarato Wolfgang Hattmannsdorfer, ministro dell’Economia espresso dall’Övp (Partito popolare) – è e rimane una soluzione al tavolo delle trattative, ma la lettera di Donald Trump (quella che annuncia dal 1. agosto dazi al 30%, nda) esercita una rilevante pressione. Ad essa noi dobbiamo reagire. Le trattative non sono una strada a senso unico. Chi vuole essere preso sul serio, deve essere preparato anche per il caso che non vi sia alcun accordo. Con agosto, pertanto, le contromisure devono già essere sul tavolo. Questo è l’unico linguaggio che Donald Trump comprende. Accolgo perciò con soddisfazione che la Commissione abbia stabilito che il pacchetto di 21 miliardi entri in vigore il 6 agosto. Questo è un segno inequivocabile che l’Ue intende affrontare le prossime trattative consapevole del proprio ruolo e in modo consequenziale”.

Ma non finisce qui. Hattmannsdorfer sollecita dalla Commissione europea un atteggiamento più aggressivo nello scontro con gli Usa. Chiede, in particolare, che, accanto al pacchetto di 21 miliardi, se ne predisponga subito, entro la fine di luglio, un secondo da 72 miliardi, che in caso di necessità possa essere applicato in qualsiasi momento.

Ma non basta. Chiede ancora che sia riproposto un terzo pacchetto di misure per colpire le grandi aziende digitali statunitensi, che nel corso del recente G7 in Canada erano state esentate dal nuovo regime fiscale che sarebbe stato introdotto dalla Global minimun tax, con un vantaggio (per quelle aziende) di 100 miliardi.

L’accordo formalizzato al G7 – ma non ancora vincolante, perché prima dovrà essere approvato da 147 Paesi a livello Ocse – era stato definito “un onorevole compromesso” dal nostro ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, timoroso delle ritorsioni di Trump. Timore non condiviso, invece, dal ministro austriaco Hattmannsdorfer. Non perché non consideri le ritorsioni di Taco, ma “perché – sostiene – non possiamo farci illusioni: anche con un accordo, gli Usa rimangono un partner inaffidabile”.

La linea dura suggerita da Hattmannsdorfer e verosimilmente condivisa dal governo austriaco è di non cedere ai ricatti del presidente americano e di incominciare immediatamente a costruire dalle fondamenta una nuova architettura degli scambi commerciali, perché “i pilasti di quella transatlantica sono diventati instabili”. Le prime mosse da fare sono rimuovere tutti gli ostacoli che frenano gli scambi all’interno dell’Ue e promuovere accordi strategici di libero scambio con altri Paesi del mondo. Nello stesso tempo, promuovere una partnership con altri Paesi minacciati come l’Europa dai dazi di Trump – come il Canada, il Giappone, il Messico, la Corea del Sud – per esercitare una pressione globale sugli Usa.

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