Succede spesso così. Succede che protagonisti di episodi estremi, nella vita o nello sport, rimangano poi vittime di incidenti banali, ben al di sotto delle prestazioni a cui ci avevano abituati. Ci vengono in mente due grandi alpinisti come Emilio Comici ed Ernesto Lomasti, esponenti di spicco di due epoche storiche diverse e lontane nel tempo, entrambi caduti in modeste arrampicate di allenamento.
La morte di Felix Baumgartner, paracadutista e base jumper austriaco, appartiene a questa serie. Dopo essersi lanciato dall’88. piano della Petrona Tower di Kuala Lumpur e dall’estremità di un braccio della statua di Cristo di Rio de Janeiro e soprattutto dopo aver superato il muro del suono in una caduta libera da 36.600 metri, lanciandosi dalla stratosfera, la morte avvenuta ieri a Porto Sant’Elpidio, che stava sorvolando con un parapendio a motore, sembra quasi uno scherzo del destino.
Felix Baumgartner era ovviamente molto noto in Austria, ma quasi uno sconosciuto nel nostro Paese, che pure amava molto, tanto da definirlo “un paradiso in terra”. Gran parte degli italiani hanno saputo di lui e delle sue imprese pazzesche (2.600 lanci con il paracadute, 130 salti da ponti, grattacieli, scogliere in tutto il mondo) soltanto dopo la sua morte, perché ne hanno riferito i giornali.
I media italiani hanno raccontato la sua storia di sportivo estremo, trascurando o ignorando alcuni aspetti della sua vita privata e dei suoi atteggiamenti politici, che invece avevano fatto molto discutere in Austria. Tutto era incominciato nel 2012, l’anno del suo tuffo dalla stratosfera. Intervistato dalla Kleine Zeitung, Baumgartner si era espresso contro la democrazia parlamentare, che non consentirebbe di far nulla. Meglio una “moderata dittatura”, gestita da “un paio di esponenti dell’economia privata”, che “se ne intendono sul serio”.
Alla domanda, postagli in una successiva intervista, se avesse valutato di darsi alla politica, Baumgartner aveva risposto che “alle attuali condizioni la considero una pura perdita di tempo”. Ma, “dovesse l’Austria dotarsi di una democrazia diretta, ci farei un pensiero”. Per democrazia diretta il campione intendeva riferirsi a quella della Svizzera, dove si era rifugiato per sottrarsi al fisco austriaco.
Interessanti anche le sue posizioni in materia di immigrazione. “Un Paese – aveva scritto nel 2016 su Facebook – in cui viene multato chi va a pesca senza la licenza, mentre consente che uomini attraversino il confine senza passaporto, può essere governato solo da idioti”. Il suo modello politico era Viktor Orban, al quale avrebbe conferito il Nobel per la pace, per come proteggeva i confini dell’Ungheria.
Felix Baumgartner, ovviamente, era schierato con l’estrema destra austriaca e nel 2016 aveva sostenuto pubblicamente la candidatura di Norbert Hofer (Fpö) alla presidenza della Repubblica, ospitando nella sua pagina Facebook attacchi verbali contro l’avversario Alexander Van der Bellen (ex esponente dei Verdi). Era schierato con l’estrema destra su tutto, anche in tema di vaccinazioni contro il Covid.
Lo scorso anno, a epidemia superata, aveva trovato il modo per definire Florian Klenk, direttore del settimanale Falter, un “chiaro beota” e una “puttana dell’industria farmaceutica”, perché, nonostante fosse risultato positivo al Covid-19, si era dichiarato favorevole alla quinta vaccinazione. Querelato per diffamazione, il Tribunale di Vienna lo aveva condannato a pagare un risarcimento di 5.000 euro.
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