Giovedì 22 Febbraio 2024

21.01.02 Antonia Gössinger e Wolfgang FercherAntonia Gössinger, fino al 31 dicembre direttrice della “Kleine Zeitung” e da ieri in pensione, prima di andarsene ci ha fatto un bel regalo. O, per essere più precisi, ce lo ha fatto il quotidiano di Vienna “Der Standard”, che l’ha intervistata. Una intervista a firma di Oliver Mark insolitamente lunga, che rappresenta un documento di estremo interesse sulla storia politica recente della Carinzia e dell’Austria e un testamento morale di una giornalista di razza, che può essere di ammaestramento per chi fa questo mestiere.

Non intendiamo riproporre in questo blog l’intera intervista, perché alcuni passaggi contengono riferimenti a episodi o a personaggi sconosciuti ai lettori italiani, che risulterebbero pertanto incomprensibili. Ma i giudizi su Jörg Haider, a lungo governatore della Carinzia, il confronto con il cancelliere in carica Sebastian Kurz, il rapporto che dovrebbe esserci tra il politico che esercita il potere e il giornalista che ha il compito di guardiano della politica, tutto questo merita d’essere riportato.

Incominciamo dalle domande e risposte sul giovane cancelliere austriaco.

STANDARD: Che cosa pensa di Sebastian Kurz?

GÖSSINGER: Da quando è diventato cancelliere provo un quotidiano déjà vu. Kurz mi ricorda tanto Jörg Haider. Lavora con gli stessi strumenti. Kurz ha il vantaggio dei social media, che Haider allora non aveva, ma questo “Buberlpartie” (partito di ragazzi, nda) che circonda Kurz lo aveva anche Haider. Con la differenza che l’attuale “Buberlpartie” è malleabile, mentre quello di Haider era più spigoloso e più stravagante. Ma questo schema amico-nemico è identico.

STANDARD: Anche con Haider era così?

GÖSSINGER: O si era incondizionatamente fedeli, oppure si era avversari. Non era possibile un rapporto neutro. Anche Kurz ha un rapporto del genere nei confronti dei giornalisti e dei media: non li percepisce per ciò che sono, ovvero il quarto potere dello Stato, cui spetta un compito di controllo. Questo non gli va affatto a genio. A Vienna lei lo sa meglio di me come vengono formate le cerchie. Chi viene invitato alle conversazioni confidenziali e chi no. Questo significa che io scelgo i miei partner e gli altri giornalisti rimangono fuori dal giro. Questi armamentari, questi meccanismi di marketing mi ricordano molto Jörg Haider. Lui, a suo tempo, aveva agitato la sciarpa blu, Kurz ha dipinto tutto di turchese (blu e turchese sono i colori rispettivamente del partito di estrema destra, un tempo di Haider, e del Partito popolare, da quando Kurz ne ha preso le redini, nda).

STANDARD: E le differenze?

GÖSSINGER: Haider aveva una vena estremamente sociale. Era un uomo empatico, con un grande cuore per gli ultimi. Ciò è un paradosso, considerando che lui è vissuto sempre come un Creso a spese del partito. Empatia e sensibilità sociale sono invece del tutto assenti in Kurz.

STANDARD: Siccome lei dice che per Kurz i giornali indipendenti sono una spina nell’occhio, quanto spesso ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e quanto spesso ha ricevuto telefonate da Gerald Fleischmann, l’addetto stampa del cancelliere?

GÖSSINGER : Mai, assolutamente. Per esempio, non sono stata invitata neppure una volta agli incontri con i direttori di testata convocati da Kurz. Lo scorso anno, noi dei giornali locali, assieme a “Die Presse”, avevamo organizzato a Salisburgo un confronto pubblico tra i leader dei partiti prima delle elezioni. Io ho fatto da moderatrice assieme al collega Manfred Perterer della “Salzburger Nachrichten”. Quando Fleischmann lo ha saputo, ha chiesto costernato: perché la Gössinger? Dopo l’incontro alcune persone del pubblico mi hanno chiesto perché il cancelliere ce l’avesse con me. Il pubblico aveva avvertito che c’era un’avversione nei miei confronti, forse perché gli avevo poste domande critiche sui profughi o sulla politica di sviluppo. Questo lo equipara ad Haider, proprio in relazione alle donne. O si è una supporter e una seguace incondizionata, oppure si diventa sospette. Un atteggiamento del genere lo vedo anche in Kurz.

STANDARD: Kurz ha dipinto la Stadhalle (è un palazzo per grandi eventi a Vienna che ha ospitato anche l’Eurovision Song Contest, nda) di turchese, per farsi festeggiare da migliaia di sostenitori. Una messa in scena come ai tempi di Haider?

GÖSSINGER: Una cosa del genere la avevamo vista anche con Haider nel padiglione della Fiera di Klagenfurt. Avevamo chiesto alla polizia quanta gente ci fosse e ci avevano detto che c’erano 4.000 persone, mentre secondo i liberal-nazionali erano 10.000. Allora noi eravamo i cattivi, perché non ci eravamo adeguati alla macchina propagandistica di Haider. Quello che facevano era legittimo, ma il nostro compito di giornalisti era di chiamarlo con il suo nome: marketing e spesso distrazione dai veri problemi. Per questo litigo talvolta con la mia categoria professionale, perché non siamo abbastanza ostinati.

STANDARD: Sono molti i giornali che si lasciano confondere da queste messe in scena?

GÖSSINGER: Sì, ma questo naturalmente è un problema strutturale. Se in ogni ministero c’è un’organizzazione di marketing o se nella cancelleria federale c’è addirittura un reparto che si occupa di social-media che è più grande di qualsiasi redazione, allora cosa si può fare? È una battaglia ad armi impari, che ci pone la domanda che cosa conti per i politici: la “vendita” della loro politica e non quello che fanno.

STANDARD: Il suo rapporto con Haider è stato molto intenso. Lui l’ha definita una volta come “la sua nemica prediletta”. Ci sono state denunce e diffamazioni personali. Quali sono stati i suoi momenti più difficili come giornalista?

GÖSSINGER: Avevamo un rapporto molto ambivalente. Quando Haider era contento di me, mi telefonava anche di notte a casa. Quando era irritato invece mi chiamava “Frau Gössinger” e non più Antonia e non mi parlava per settimane. Lo avevo conosciuto nel 1976, quando era arrivato in Carinzia (Haider non era carinziano, ma dell’Alta Austria, nda). Allora l’Spö (partito socialdemocratico) aveva la maggioranza assoluta nel Land. Improvvisamente non ci sono stati più atti tenuti riservati, si avevano informazioni. Come giornalisti abbiamo vissuto grazie ad Haider (facendo parte, pur da oppositore, della giunta del Land, era diventato una fonte importante per la stampa locale, nda).

STANDARD: E poi?

GÖSSINGER: Nel suo primo periodo di governo, dal 1989 al 1991, in Carinzia si era vissuto un clima di rinnovamento. Finché Haider è inciampato nell’elogio dell’”ordinata politica per l’occupazione nel Terzo Reich” (che lo costrinse alle dimissioni, nda). Dal 1992 al 1999 era stato un politico di opposizione di spicco in Parlamento. Ma poi ha tirato fuori la questione degli immigrati. Ciò ha comportato per me una rottura con lui sul piano ideale. Allora ho incominciato a pensare: ok, se alcuni giornalisti di Vienna lo demonizzano, probabilmente hanno ragione.

STANDARD: Il secondo periodo di Haider in Carinzia, tra il 1999 e la sua morte nel 2008 è stato caratterizzato da conflitti con lei.

GÖSSINGER: Per Haider in questa seconda fase non c’erano più limiti. Lui aveva cercato di soggiogare il Land. A quel punto era importante che noi, come redazione politica, facessimo il nostro lavoro: far vedere ciò che era sbagliato e che è venuto alla luce nelle aule di giustizia dopo la morte di Haider. Noi ne avevamo scritto molto, ma allora sembrava che non interessasse a nessuno, perché Haider era riuscito a dipingerci come nemici. Personalmente la cosa non mi aveva molto turbato, perché avevo le spalle coperte dal direttore di allora, Reinhold Dottolo, e dall’editore. Ciò fa capire quale fosse la nostra indipendenza, anche se ne era derivato un danno economico.

STANDARD: Con i tagli alla pubblicità?

GÖSSINGER: In quegli anni se ne sono andati centinaia di migliaia di euro. Haider aveva disposto il boicottaggio delle inserzioni pubblicitarie. Non soltanto quelle del partito, ma anche del Land. L’Övp si è subito associato. Ci furono campagne per la disdetta degli abbonamenti, allo scopo di danneggiarci economicamente. Furono tagliati i contributi pubblici, perché eravamo insubordinati. Si era cercato anche di screditare me e la mia collega Andrea Bergmann. Fummo definite da Haider la “cucina delle streghe”.

STANDARD: Fino a che punto sono arrivati gli attacchi personali?

GÖSSINGER: Ho provato di tutto. A un congresso del partito negli anni ’90 sono stata aggredita fisicamente da uno degli iscritti.

STANDARD: Il suo credo giornalistico è tenere le distanze: consiste anche nel non darsi del tu?

GÖSSINGER: Si deve conoscere il proprio ruolo e sapere che come giornalisti si ha un potere soltanto in prestito. Io sono obbligata soltanto nei confronti dei lettori. Ora ho il vantaggio dell’età e non do del tu a nessuno. Anche al governatore (della Carinzia, nda) Peter Kaiser do del lei e consiglio di farlo anche ai colleghi giovani. Ai tempi di Haider si davano tutti del tu.

STANDARD: Gli dava del tu anche lei?

GÖSSINGER: Sì, dal primo giorno. Anche con Claudia Haider (la vedova del governatore, nda) ero legata da amicizia da lungo tempo, ma ormai da anni non abbiamo più contatti. Dopo lo scoppio dello scandalo Hypo Bank mi ha telefonato una volta e mi ha detto: Antonia, Jörg è ormai morto da anni, non potete lasciarlo in pace una buona volta? Io le ho risposto che non potevamo farlo, finché la sua persona aveva un ruolo nei processi in corso, se il Land Carinzia dovrà pagare i debiti lasciati fino al 2030 e se si deve porre rimedio al disastro finanziario da lui provocato, fino ad allora non potremo lasciarlo in pace. Da quella volta non ci siamo più sentite.

L’intervista affronta molti altri temi, uno dei quali riguarda l’immigrazione, al centro del dibattito politico dal 2015, anno della grande ondata migratoria.

STANDARD: A proposito dei principi cristiani (la “Kleine Zeitung” è di proprietà di una fondazione che fa capo alla diocesi di Graz), lei recentemente in un editoriale ha criticato l’Övp, che da un lato rifiuta la richiesta di accogliere profughi dall’isola di Lesbo, mentre dall’altra organizza una discussa riunione di preghiera in Parlamento.

GÖSSINGER: Io considero intollerabile la posizione del cancelliere Kurz nei confronti del campo in cui sono rinchiusi i profughi (si riferisce a quello di Lesbo, dove nei mesi scorsi alcune baracche erano state bruciate da un incendio e i rifugiati erano rimasti all’addiaccio, nda) e sulla questione dei migranti. Considero intollerabile che si governi con indifferenza e durezza di cuore e che si respingano le proposte di accoglienza. Qui manca qualsiasi empatia. Ciò che accade (a Lesbo, nda) è disumano. Che un partito che un tempo era cristiano-sociale stia semplicemente a guardare e dica che non vogliamo accogliere nemmeno 30 bambini in Austria, questo non lo riesco a sopportare. Mi toglie il sonno e mi chiedo come si possa essere così.

STANDARD: Lei come lo spiega?

GÖSSINGER: I diritti umani e la dignità umana laggiù stanno affondando nel fango e l’Europa intera sta a guardare. Vorrei muovere una critica anche a noi giornalisti, perché abbiamo una visione episodica delle cose. L’Europa ha piantato in asso l’Italia, la Spagna e la Grecia. Noi abbiamo chiuso la rotta balcanica e questo è il risultato. Questo è intollerabile nel 2020, specie quando giovani politici si fanno avanti e dicono: no, non deve venire un solo bambino in Austria. Tutto questo non è cristiano, è disumano e cinico.

 

NELLA FOTO, Antonia Gössinger, fino al 31 dicembre direttrice della “Kleine Zeitung”, con il successore Wolfgang Fercher.

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