Nella notte tra il 18 e il 19 gennaio dello scorso anno una coppia di alpinisti di Salisburgo – lui di 36 anni, lei di 33 – rimase bloccata dal buio e dalla stanchezza e 50 metri dalla vetta. Lui si allontanò per raggiungere una zona dove ci fosse copertura per il telefonino e così chiamare i soccorsi; lei nel frattempo morì di freddo e di sfinimento.
Concluse le operazioni di soccorso del sopravvissuto e di recupero della salma della sfortunata compagna, la Alpinpolizei svolse accertamenti per conto della Procura di Stato di Innsbruck, che si conclusero con la denuncia e il rinvio a giudizio dell’uomo con l’accusa di omicidio colposo: se una coppia affronta un’ascensione in montagna, quello dei due che è più esperto è responsabile della vita dell’altro. Viene applicato il cosiddetto “Ingerenzprinzip”, normalmente riferito al rapporto guida-cliente. L’alpinista del Grossglockner non era una guida e la donna non era una cliente. I due formavano una coppia sia in cordata, sia nella vita, ma la Procura ritenne ugualmente che il “principio di ingerenza” valesse anche per loro.
A due settimane dal processo, che avrà inizio il 19 febbraio davanti al Tribunale di Innsbruck, la madre della vittima ha deciso di rompere il silenzio. Non per accusare l’uomo ritenuto responsabile della morte della figlia, ma per spezzare una lancia in sua difesa. Intervistata dal settimanale tedesco “Die Zeit”, la donna ha parlato di “caccia alle streghe”. “Mi fa arrabbiare – ha affermato – che mia figlia venga dipinta come una sciocca, che si è lasciata trascinare su per la montagna. E penso che sia ingiusto il modo in cui viene trattato il suo compagno”.
Non riesce a capacitarsi del fatto che il giovane debba ora risponderne davanti al giudice. La figlia e l’amico avevano deciso insieme di affrontare la scalata. Quel che accadde quella notte lei non è in grado di spiegarlo. “Io non c’ero, ma una cosa è certa per me: la morte di mia figlia è il risultato di un tragico concatenamento di circostanze sfortunate. Per questo non mi sento di dare alcuna colpa al compagno di mia figlia”.
Nell’intervista la donna descrive la figlia come “molto curiosa”. Aveva una forte volontà e amava l’avventura. Aveva scoperto la passione per la montagna soltanto durante il Covid. “Era una valvola per sopravvivere ai tempi difficili”. Certo, amava spingersi fino ai limiti delle sue possibilità, ma non era una irresponsabile. I monti non erano un luogo di incoscienza, ma da affrontare con attenzione. “Si preparava meticolosamente per i suoi tour e affrontava il mondo alpino con umiltà. Che abbia dovuto perdere la vita proprio lì, dove si sentiva così viva, è per me quasi incomprensibile. Mi manca terribilmente”.
__________________________
AUSTRIA VICINA è anche su Facebook. Clicca “mi piace” alla pagina
https://www.facebook.com/austriavicina