Giovedì 29 Febbraio 2024

17.08.06 Forze armate, esercitoChi l’avrebbe mai detto, l’esercito torna di moda in Austria! Il fascino dell’uniforme e dell’appartenenza a una forza armata aveva sempre risentito dello status di neutralità del Paese. Se manca una chiara visione della “missione” da compiere – perché non si sa bene quale sia la minaccia e da che parte provenga – viene meno anche l’interesse a prendervi parte.

Per dieci anni, tra il 1945 e il 1955, l’Austria era stato un Paese a sovranità limitata, sotto tutela delle quattro potenze vincitrici della guerra, presenti militarmente sul territorio. La completa indipendenza era stata ottenuta soltanto accettando la condizione di una “permanente neutralità”. L’Austria non doveva schierarsi né con il Patto di Varsavia, né con la Nato. Fu un prezzo da pagare, per riottenere la libertà, che inizialmente non fu bene accolto da tutti, ma di cui nel tempo si apprezzarono i vantaggi, tanto da farne un po’ alla volta un mito.

L’opinione pubblica, memore delle tragedie della guerra, fu lieta di cullarsi nell’illusione che la neutralità avrebbe preservato l’Austria da nuovi conflitti. Del resto, la Svizzera in guerra se l’era cavata benissimo. Ma i generali erano ben consapevoli che, nell’eventualità di una terza guerra mondiale, il loro Paese non sarebbe stato risparmiato. Nella confinante Ungheria erano stazionate alcune divisioni corazzate sovietiche pronte a penetrare sul suolo austriaco, facendosi un baffo della sua neutralità.

Ma l’austriaco medio non lo sapeva o preferiva non pensarci e l’esercito si affidava a una difesa territoriale, che va sotto il nome di dottrina Spannocchi (dal capo di stato maggiore Emil Spannocchi, che l’aveva concepita), che non poteva certo salvare l’Austria da un’invasione da Est, ma poteva quanto meno ritardarne la marcia, confidando in un intervento successivo della Nato. L’austriaco medio, naturalmente, era ignaro di questo scenario e, non avvertendo una minaccia immanente, non provava un grande entusiasmo per la vita in uniforme.

Sono questi gli anni in cui prende piede l’obiezione di coscienza e sempre più giovani rifiutano la divisa, scegliendo di svolgere in alternativa un servizio civile. La gran parte dei ministri del governo oggi in carica, per esempio, hanno prestato servizio civile e non hanno la minima idea di che cosa sia quello militare. Il colmo fu raggiunto nel 2006, quando l’incarico di ministro della difesa fu assunto dal socialdemocratico Norber Darabos, che era stato un “Zivildiener”. Da quell’anno e fino al 2013, dunque, l’esercito austriaco ebbe al suo vertice un obiettore di coscienza.

È chiaro che in questo contesto la carriera militare non poteva considerarsi tra quelle più ambite. I tagli al bilancio della Difesa avevano fatto il resto: riduzione di personale, riduzione dei mezzi a disposizione, annullamento delle esercitazioni della milizia territoriale. Insomma, un mesto declino, di cui abbiamo riferito altre volte in questo blog.

La svolta avviene lo scorso anno, con il nuovo cancelliere Christian Kern e la nomina al vertice del ministero della Difesa di Hans Peter Doskozil. Sono entrambi socialdemocratici e il secondo lo conosciamo molto bene, perché è quello che voleva schierare i panzer al Brennero, per impedire l’ingresso dei profughi.

Quella dei panzer era apparsa un’idea balzana, subito corretta da Kern. Ma, al di là di quell’incidente di percorso, l’avvento di Doskozil – di mestiere poliziotto e fino a prima di entrare nel governo direttore della Polizia del Burgenland – segna un cambio di passo nell’esercito austriaco. Dopo anni di tagli di bilancio, dismissione di caserme, di scioglimento di reparti (scioglimento persino di bande militari, tanto amate dagli austriaci), l’esercito austriaco torna a vedere la luce. Per la prima volta il budget a disposizione viene aumentato (2,5 miliardi nel 2016, ma erano stati 3,4 miliardi quindici anni prima!) e soprattutto viene messa a punto una nuova struttura della forza armata, con un piano di investimenti in uomini, mezzi e strutture nei prossimi anni.

Alla luce di queste novità va letto, dunque, il rinnovato interesse in Austria per l’esercito. Nel 2016 si è registrato un aumento del 61% delle richieste di reclutamento. Ci riferiamo alla componente professionale, costituita da circa 15.000 soldati, a cui si aggiungono i soldati di leva (il servizio militare, obbligatorio soltanto per i maschi, dura 6 mesi). Le “candidature” lo scorso anno sono state 3.573. Interessante notare anche l’aumento delle candidate. Le donne, in Austria, non sono tenute a prestare il servizio di leva, ma possono prestare volontariamente servizio nell’esercito professionale. Lo scorso anno lo hanno chiesto in 390 (+57%).

Naturalmente non tutti entreranno in servizio, ma solo quelli che avranno superato una selezione. Quest’anno, per la prima volta, ne saranno accolti un numero maggiore: 957 aspiranti (+69%), di cui 96 donne (+78%).

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