Mercoledì 22 Maggio 2024

G_Mahler_Ausstellung“Per apprezzare nella giusta misura qualcuno, ci si deve chiedere come sarebbe il mondo lui non fosse mai esistito. Il Teatro dell’Opera di Vienna non avrebbe mai raggiunto la fama che ha oggi, se Gustav Mahler non lo avesse diretto per 10 anni”. Sono parole di Ioan Holender, che sta per lasciare la direzione della Staatsoper di Vienna, da lui guidata per 18 anni (la direzione più lunga). E Holender sa bene di che cosa parla. Non ci fossero altre ragioni per ricordare Mahler – di cui quest’anno ricorre il 150. della nascita e nel 2011 il centenario della morte – basterebbe il suo ruolo rivoluzionario nel campo operistico per farne un grande nella storia della musica.

Il fatto che Gustav Mahler sia considerato il genio della musica di fine ‘800 e il precursore della “nuova musica” ha fatto fin qui passare in secondo piano la sua figura, non meno importante, di direttore d’orchestra e direttore artistico, che non fu meno geniale e innovativo. Mahler ritorna a Vienna nel 1897, dopo aver fatto esperienze di direttore d’orchestra e direttore di teatro a Bad Hall,  Lubiana, Olmütz, Kassel, Praga, Lipsia, Budapest. Un’assenza dalla “sua” Vienna che dura 17 anni.

A quell’epoca ha 37 anni e l’incarico che gli viene affidato è il più prestigioso, in campo musicale, poiché si tratta di un “ufficio imperiale”. Tanto prestigioso che la legge del tempo impone che possa essere ricoperto soltanto da persone di religione cattolica. Mahler, di famiglia ebrea, si era già convertito al cattolicesimo, non per convenienza, ma congenialità, tanto che influenze cristiane si possono riscontrare in molte sue composizioni (basti pensare al “Veni creator spiritus” della sua 8. Sinfonia), e la religione non era stata quindi un impedimento al suo approdo alla Staatsoper.

Un dettaglio, certo, ma che aiuta a cogliere la stratificazione di regole scritte e prassi consolidate che ingessavano il palcoscenico musicale più importante dell’impero e quindi uno dei più importanti del mondo. Da quando Mahler vi mette piede, però, nulla è più come prima, perché vi introduce con disciplina rigorosissima nuovi criteri che pongono l’opera al centro dell’attenzione e non più i cantanti o il pubblico.

Oggi può sembrare scontato che sia così, ma a quel tempo non lo era. Il pubblico entrava in sala quando voleva, le luci rimanevano accese durante l’esecuzione dell’opera, perché gli spettatori potessero vedersi tra loro, chiacchierare e diventare essi stessi spettacolo nello spettacolo. I cantanti adattavano il testo operistico a loro comodo. Nel “Don Carlos” di Verdi, per esempio, veniva tagliata un’intera scena, perché un cantante non gradiva esibirsi in presenza di un cadavere. E le opere di Wagner venivano accorciate, perché considerate troppo lunghe e faticose.

Con Mahler si cambia musica, verrebbe da dire. Già nelle locandine delle prime opere da lui messe in cartellone appare l’avvertimento che i ritardatari avranno accesso alla sala soltanto nell’intervallo. Le luci si spengono fin dall’inizio, perché l’attenzione sia concentrata sul palcoscenico, dove i cantanti smettono di fare soltanto i cantanti, ma devono essere anche attori. Nei primi mesi a Vienna, Mahler fa una selezione severissima del cast, sceglie soltanto le voci migliori di chi però è in grado anche di muoversi sulla scena, caccia celebrità molto amate dal pubblico e dalla critica per le loro corde vocali, ma che rimanevano impalate sul palco dalla prima all’ultima nota. Cambia il repertorio e mette in scena autori fin prima ignorati.

Alla base di tutto sta la sua concezione di un’opera d’arte complessiva, che non si limita al canto, ma si estende all’azione scenica fino alla scenografia, quell’idea di “Gesamtkunstwerk” che Wagner aveva introdotto a Bayreuth, costruendovi apposta un teatro adatto allo scopo, e che Mahler riesce a introdurre a Vienna, nel repertorio quotidiano di un tradizionale teatro operistico.

Immaginabili le reazioni del pubblico, sconcertato da una simile rivoluzione, e di una critica adagiata su canoni espressivi tradizionali e incapace di cogliere l’importanza del nuovo. Ma Mahler riesce a imporsi, grazie anche a una disciplina di ferro, che chiede innanzitutto a se stesso. Già nel primo anno (arriva a Vienna in maggio) sale sul podio 66 volte, nel 1898 96 volte, nel 1899 94, nel 1900 90. Uno lavoro estenuante, considerando anche le prove e le incombenze amministrative. Nessuno dei suoi successori riuscirà come lui a essere al tempo stesso direttore del teatro e direttore dell’orchestra. Alla composizione, cui deve la sua fama, può dedicare soltanto il tempo delle vacanze sul Wörthersee o in val Pusteria.

Si può ben capire allora come il 150. della nascita di Gustav Mahler costituisca un appuntamento importante per Vienna, che ha dedicato al grande musicista una ampia serie di concerti al Musikverein, al Konzerthaus, al Theater an der Wien e altrove (il calendario completo si può trovare nei siti web delle singole istituzioni musicali o all’indirizzo http://www.wien.info/en/music-stage-shows/city-of-music/mahler/listening-to-mahler ).

Un passaggio obbligato, tuttavia, per chiunque voglia approfondire la conoscenza del rapporto tra Mahler e Vienna sono il Museo del teatro, in Lobkowitzplatz, che ha dedicato al musicista una mostra di grande interesse aperta fino al 3 ottobre, e il vicino Museo del Teatro dell’opera, che gli ha dedicato una sezione permanente. Nelle sale dei due musei vengono riproposti i fermenti culturali della Vienna alla svolta del secolo, una città che è capitale di un impero multietnico di 51 milioni di abitanti in una fase di grande splendore artistico. L’Austria tra ‘800 e ‘900 è quella della Secession viennese, del modernismo, dei caffé letterari, degli eleganti salotti. L’Austria di Klimt, di Schiele, ma anche di Freud. Altroché “finis Austriae”! Quello attraversato da Mahler è un mondo vitale e creativo. Soltanto dopo la caduta dell’impero si incomincerà a parlare, con il senno di poi, di “gaia apocalisse”.

È in questa temperie culturale – ben illustrata soprattutto nella mostra del Museo del teatro – che Mahler dirige la Staatsoper di Vienna. E se non si può che essere d’accordo con Holender, che il Teatro dell’opera e Vienna non sarebbero oggi quello che sono senza Mahler, si può affermare con altrettanta convinzione che anche Mahler senza Vienna non sarebbe diventato quel genio della musica che conosciamo.

Nella foto, una delle sale del palazzo Lobkowitz di Vienna che ospita la mostra dedicata al 150. anniversario della nascita di Gustav Mahler.

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