Martedì 23 Aprile 2024

Quattordici anni fa un mountain-biker trovò per caso il cadavere di una donna, mentre percorreva una pista nel bosco di Völkermarkt, nella Carinzia orientale. Il corpo, completamente svestito, presentava colpi di arma da fuoco – tre al petto e uno alla testa – e ustioni diffuse. L’omicida, dopo aver assassinato la donna, l’aveva cosparsa di benzina e le aveva dato fuoco, per impedirne l’identificazione e cancellare così ogni traccia del crimine che potesse condurre al suo autore.

Ma, come si suole dire, il diavolo fa le pentole senza i coperchi. Era l’ottobre del 2008, un mese piuttosto piovoso in Carinzia. Poco dopo che l’omicida si era allontanato, infatti, era venuto un diluvio, che aveva estinto le fiamme, risparmiando in gran parte il corpo della vittima, in particolare il volto. Alla polizia, intervenuta sul posto dopo la segnalazione del mountain-biker, era toccata la mission impossible di trovare l’assassino e prima ancora di dare un nome alla donna. La pioggia provvidenziale aveva preservato alcune tracce su cui lavorare: il volto della vittima, ancorché oltraggiato dal fuoco; le arcate dentarie con tracce di ortodonzia che potevano ricondurre a uno studio dentistico; tracce di sperma, residuo di un rapporto sessuale consumato poco prima probabilmente con l’assassino; alcuni oggetti personali (una catenina con un brillante come ciondolo, occhiali da vista Rayban).

Su questi pochi elementi gli investigatori austriaci hanno lavorato con testardaggine per 13 anni, riuscendo un po’ alla volta a rimettere insieme le tessere del mosaico, anche grazie alla collaborazione della Polizia italiana. Perché fin dal primo momento gli inquirenti avevano supposto che la vittima e l’omicida potessero essere italiani. Le indagini hanno poi dato loro ragione.

Al secondo anno la vittima è stata identificata grazie al calco dentario: come avevamo scritto sabato, si tratta di Anna Todde, 49 anni, originaria di Goni (Sardegna), ma residente a Torino. Ha richiesto più tempo l’identificazione del presunto omicida, che è stata individuato soltanto lo scorso autunno: era finito in carcere per droga e il confronto tra il suo dna e quello ricavato dallo sperma 13 anni prima ha dato esito positivo. Si chiama Brahim Aboulakjam, ha 48 anni (ne aveva 35 al tempo dell’omicidio) e risiede anche lui a Torino, ma è originario del Marocco.

La Procura di Stato di Klagenfurt ha spiccato nei suoi confronti un mandato di arresto europeo, che è stato eseguito dalla Polizia italiana. L’uomo è stato estradato in Austria e oggi è comparso dell’aula della Corte di assise di Klagenfurt, per rispondere di omicidio volontario premeditato e di altri reati connessi. È entrato in aula coprendosi il volto con un incartamento.

La prima udienza è stata dedicata alle formalità di rito e agli interventi del rappresentante della Procura, Sandra Agnoli (il nome suona italiano, ma non inganni: è di famiglia stiriana), e della difesa, l’avv. Nikolaus Rast.

Agnoli ha rievocato i fatti che hanno condotto all’arresto di Aboulakjam, sottolineando la motivazione passionale dell’omicidio, intuibile dalla violenza con cui la donna era stata strangolata e contro la quale subito dopo erano stati esplosi quattro colpi di arma da fuoco, benché fosse già morta. Che il crimine fosse premeditato lo si dedurrebbe dal fatto che l’omicida aveva portato con sé una tanica di benzina, con cui aveva cosparso il corpo della vittima, per darle fuoco e impedirne così l’identificazione, che avrebbe fatto cadere i sospetti su di lui. Brahim Aboulakjam, infatti, aveva da tempo una relazione tormentata con Anna Todde, contrassegnata da litigi dovuti alla gelosia, di cui aveva riferito in un secondo tempo la sorella Luciana Todde.

La strategia difensiva dell’avv. Rast è apparsa subito chiara: il suo cliente è innocente. “Di sicuro non è una persona per bene – ha dichiarato, con riferimento ai dieci precedenti penali del marocchino – ma non è un omicida”. Tutte le accuse mossegli dalla Procura di Klagenfurt appartengono “al regno della fantasia”.

Il legale ha criticato le indagini di polizia e soprattutto ha contestato la validità del test sul dna, considerato la prova suprema. Secondo l’accusa, infatti, le tracce di sperma in una donna in vita scomparirebbero dopo 24 ore. Quelle attribuibili ad Aboulakjam, quindi, sarebbero state lasciate nelle ore immediatamente precedenti all’omicidio.

Per il difensore, invece, il rapporto sessuale potrebbe essere avvenuto nei giorni precedenti e quindi non direttamente collegabile con il viaggio in Carinzia e con l’omicidio. Per giunta, l’imputato avrebbe avuto con la donna rapporti occasionali, non una vera e propria relazione. Per questo quando Anna Todde non si era più vista a Torino lui non aveva avuto alcun motivo per preoccuparsene.

Questa narrazione, peraltro, è smentita dalla sorella della defunta, che probabilmente sarà interrogata nei prossimi giorni. Alla polizia di Torino aveva riferito che tra il marocchino e la sorella era in corso da tempo un rapporto piuttosto tormentato, che la donna intendeva interrompere. E proprio questa potrebbe essere stata la molla per indurre l’uomo al femminicidio.

Se le indagini per fare luce sul crimine sono state difficili e hanno richiesto 13 anni, ora ci sono tutte le premesse perché anche il processo abbia uno svolgimento complicato. Molti colleghi della stampa austriaca presenti alla prima udienza hanno avuto l’impressione che la tesi innocentista dalla difesa potrebbe far presa sulla giuria popolare. Insomma, le sorprese non mancheranno.

NELLA FOTO, l’aula della Corte di assise. Si vede di spalle l’imputato seduto su una sedia, affiancato da due agenti di polizia. Davanti a lui il banco dei giudici togati, non ancora presenti, mentre gli otto giudici popolari sono seduti su un banco separato sul lato della sala.

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