Il Belvedere 21, succursale del museo del Belvedere orientata verso le nuove forme di espressione artistica a livello mondiale, si sta distinguendo per le iniziative che riesce a proporre. Abbiamo appena dato notizia della mostra in corso dedicata a Friedl Kubelka, che già dobbiamo riferire di un’altra che ha al suo centro l’artista americana Sue Williams, nata nel 1954 a Chicago Heights (Illinois). Si tratta di “Sue Williams. What now” (così il titolo della personale, visitabile fino al 7 giugno), che presenta la più completa retrospettiva finora dedicata all’opera dell’artista. Con oltre 100 opere l’esposizione offre una nuova prospettiva su un corpus pittorico al contempo personale e politico: radicale, puntualmente umoristico e innegabilmente attuale.
Dal 1997 al 1999 Sue Williams è stata visiting professor all’Accademia di belle arti di Vienna, dove ha tenuto una masterclass di pittura figurativa. Il suo insegnamento e il suo scambio con una generazione più giovane di artisti viennesi, tra cui Katrin Plavčak e Sevda Chkoutova, forniscono un ulteriore contesto a questa mostra.
“Sue Williams – ha dichiarato la direttrice del Belvedere, Stella Rollig – ha creato un corpus di opere profondamente personale e al tempo stesso di grande attualità”. Soprattutto nell’attuale clima politico globale, è per noi di particolare importanza rendere visibili posizioni femministe che si concentrino senza compromessi sulle strutture di potere, la violenza e le condizioni di libertà. Dalla fine degli anni ’80 Williams affronta le relazioni di genere e le politiche del corpo, il potere e l’oppressione attraverso il mezzo pittorico. Si muove con brillantezza su questo terreno, a lungo considerato l’emblema del patriarcato, impiegando una varietà di strategie pittoriche.
Secondo Luisa Ziaja, che ha curato la mostra, una costante nel lavoro di Sue Williams è la continua messa in discussione del mezzo pittorico e delle convenzioni della figurazione e dell’astrazione, i cui confini vengono costantemente sfidati. Con umorismo e tenacia, Williams si muove lungo le linee di faglia del potere, affrontando la violenza strutturale e il trauma individuale, la memoria e la resilienza. In un momento in cui la pittura come mezzo femminista sembra quasi inconcepibile, Sue Williams usa la tela con grande determinazione come luogo per confrontarsi con le proprie esperienze. Con furiosa immediatezza le prime opere di Williams raffigurano scene di violenza sessuale quotidiana, che le valsero un’improvvisa fama all’inizio degli anni ’90.
Opere come “Try to be more accomodating” (1991) e “A funny thing happened” combinano scene brutali con testi sarcastici e concisi, per creare rappresentazioni di inquietante chiarezza che al contempo svelano i meccanismi del silenzio e della banalizzazione. In “The art world can suck my proverbial dick” (1992) l’artista concentra esplicitamente il suo sguardo sul mondo dell’arte patriarcale, sulle sue consolidate strutture di dipendenza e sui persistenti discorsi misogini.
Dalla metà degli anni ’90 in poi Sue Williams ha modificato radicalmente le sue strategie pittoriche: testi e scene narrative sono passati in secondo piano, mentre figure e frammenti di corpi hanno acquisito vita propria su sfondi spesso monocromatici. L’interesse di Williams per l’atto stesso del dipingere, per la pennellata, la ripetizione e il ritmo è evidente in quest’opera e rimane una costante nella sua pratica anche nelle fasi successive del suo lavoro. Attraverso un’appropriazione ironica del principio del “tutto su tutta la superficie”, tipico dell’Espressionismo astratto a connotazione maschile, crea composizioni astratte gestuali di grande formato. Opere come “Lots of colors” (1997) e “Mom’s foot blue and orange” (1997) segnano questa fase, in cui parti del corpo distorte, genitali e motivi carichi di feticismo emergono dall’intreccio di linee, visivamente seducenti, ma tutt’altro che innocue.
Intorno al 2000, la linea espressiva in colori intensi domina la pittura di Williams. Le linee apparentemente “piacevoli” e i colori allegri si rivelano ambivalenti. Apparentemente svincolato da qualsiasi riferimento alla realtà, il gesto pittorico in “Red and purple deal” (2001) è intriso di fisicità: l’astrazione rimane ingannevole, mentre Williams rompe consapevolmente con le aspettative della sua pittura. Dai primi anni 2000 in poi le composizioni all-over di Williams, sempre più dettagliate e ornamentali, rispondono esplicitamente a eventi socio-politici come la “guerra al terrore” proclamata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Dipinti come “Humanitarian intervention” (2006) o “Leo Strauss, theoretician” (2008) articolano stati di sconvolgimento politico e psicologico in forme pittoriche frammentate e organiche.
Intorno al 2010 Williams collega sempre più le crisi globali alla perdita e al trauma personali. Il suo gesto pittorico diventa più libero, più espressivo, più dinamico. “Ministry fo hate” (2013) esemplifica questa fase, in cui convergono frammenti testuali, motivi architettonici – tra cui le Torri gemelle – linee dinamiche ed esplosioni di colore. Sullo sfondo di una continua messa in discussione del suo mezzo espressivo, i dipinti più recenti, tra cui “The cosmos above” (2023) e “Present” (2025) possono essere letti come una sintesi delle fasi precedenti del suo lavoro: su tele non preparate, figurazioni grottesche e fluttuanti si condensano in forme oniriche.
[Contributo del Museo del Belvedere]
NELLA FOTO di Johannes Stoll, un settore della mostra di Sue Williams nel padiglione del Belvedere 21.
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