Martedì 19 Maggio 2026

L’apologia del nazismo è vietata in Austria da una legge apposita, il “Verbotgesetz”, emanata nel 1947, due anni dopo la capitolazione del Reich. La violazione dei suoi quattro commi è punita con la reclusione da 6 mesi a 20 anni, a seconda della gravità dei comportamenti. A deciderlo non è un semplice giudice monocratico, ma addirittura una corte di giudici togati e laici. Insomma, in Austria con il passato nazista non si scherza. Tanto più sorprende, quindi, la sentenza della Corte suprema, che ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di un imputato, accusato appunto di apologia del nazismo, annullando la sentenza di primo grado.

Di cosa si era trattato? Tra il febbraio 2017 e la fine del 2018 l’uomo sotto accusa aveva pubblicato su WhatsApp foto e video che inneggiavano al nazismo e a Hitler e incitavano alla violenza contro gli immigrati. Quando quelle immagini erano divenute pubbliche, la polizia aveva fatto rapporto alla Procura di Stato, che aveva chiesto il rinvio a giudizio del neonazista. Alla fine del 2024 era stato processato e condannato dal Tribunale di Klagenfurt a 8 mesi di reclusione, con il beneficio della condizionale.

Contro la sentenza avevano presentato ricorso sia il difensore dell’imputato che la Procura generale. Il caso, così, era finito davanti alla Corte suprema che, come abbiamo detto, ha dichiarato ora il non doversi procedere. La suprema magistratura, per la verità, ha convalidato le accuse nei confronti dell’imputato e la colpevolezza decretata dai giudici laici (spetta a loro decidere se l’imputato è colpevole o innocente, mentre l’ammontare della pena lo decidono i giudici togati). Le prove fornite dalla Procura di Stato erano più che sufficienti, ma la sentenza era giunta troppo tardi, quando ormai il reato era prescritto.

I post nazisti su WhatsApp erano stati pubblicati tra il 2017 e il 2018, ma la condanna era venuta nel 2024, con oltre 5 anni di ritardo.

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