Sono passati 35 anni da quando si ebbe notizia che la mafia degli organi aveva messo piede in Friuli. Eravamo in estate e quell’organizzazione criminale aveva preso di mira i bambini austriaci, in particolare quelli carinziani, in vacanza sulla spiaggia di Lignano. I piccoli venivano sottratti alla sorveglianza dei loro genitori, trascinati in ambulatori clandestini e sottoposti al prelievo dei loro organi. Il giorno dopo venivano liberati e restituiti doloranti ai loro genitori, con le cicatrici fresche sul corpo procurate nell’espianto.
Ne avevano parlato per giorni due quotidiani della Carinzia. Non ve ne ricordate? È comprensibile. La notizia era completamente inventata, ma corredata da tanti particolari credibili da sembrare vera. Era una di quelle che allora si definivano “leggende metropolitane” e oggi, nell’era dei social media, chiamiamo “fake news”. La differenza rispetto ad oggi è che allora le cosiddette “leggende metropolitane” non trovavano facile diffusione, se non nelle chiacchiere da bar, perché i giornali svolgevano un’opera di verifica e controllo alle fonti, dovendo risponderne ai propri lettori, anche penalmente.
Questa funzione di filtro i giornali la svolgono anche oggi, sia ben chiaro, ma soccombono all’impari confronto con i social media che, per dirla con Umberto Eco, “danno diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino”. Se Facebook e X fossero esistiti già 35 anni fa, la favola della mafia degli organi a Lignano sarebbe stata presa per oro colato e ogni tentativo di negarla sarebbe stato liquidato come un complotto dei soliti poteri occulti che “non cielo dicono”.
Ne parliamo oggi perché abbiamo appreso che una sorta di “mafia degli organi” esiste davvero, ma in Kazakistan. Non abbiamo fonti dirette kazake, ma ne ha riferito il giornale sloveno “Slovenske Novice”. Secondo il periodico di Lubiana, le autorità polacche hanno arrestato la cittadina ucraina Ksenija P., di 35 anni, condannata a 12 anni di carcere in Kazakistan, per aver partecipato a un gruppo criminale organizzato coinvolto nel traffico di organi umani. La notizia è stata comunicata dalla Procura di Przemyśl.
La donna è stata arrestata al valico di frontiera ferroviario tra Polonia e Ucraina, sulla base di un “red notice” (avviso rosso) dell’Interpol. Tuttavia l’accusa non ha rivelato perché Ksenija P. non si trovasse in una prigione kazaka, né quando esattamente fosse stata condannata. Secondo la Procura, la sospettata è sotto inchiesta da parte dell’Interpol dal novembre 2020. È accusata di aver partecipato a una rete criminale internazionale, che si era procurata illegalmente organi umani e li aveva venduti sul mercato nero tra il 2017 e il 2019. Questi i fatti di oggi, riportati con tutti i dettagli: le date, i luoghi, il nome dell’arrestata, persino il nome di Marta Petkovska, portavoce delle Procura di Przemyśl.
Non così 35 anni fa. Quella volta la notizia era stata diffusa da due quotidiani di Klagenfurt, la Kronen Zeitung e la Kärntner Tageszeitung, senza fare alcun nome, senza alcuna verifica con le autorità di polizia italiane e senza nemmeno cercarne conferma con i supposti genitori dei bambini espiantati. Si erano limitati a raccogliere voci di bar, come farebbe oggi un qualsiasi leone da tastiera, per dare vita a quella che avevano definito “Organmafia”.
Solo la Kleine Zeitung aveva preso con le pinze la notizia e uno dei redattori di allora, Peter Lexe, aveva ritenuto necessaria una verifica. Lo aveva fatto rivolgendosi all’autore di questo blog, all’epoca giornalista de Il Gazzettino, chiedendogli di controllarne la veridicità a Lignano e a Bibione (sì, anche a Bibione, perché, siccome l’appetito vien mangiando, subito dopo gli espianti di Lignano si era “scoperto” un nuovo caso anche nella località balneare veneta).
La vicenda aveva suscitato scalpore anche in Italia. Non la vicenda inesistente della “Organmafia”, ma quella dell’interesse manifestato da due quotidiani austriaci per una notizia inventata. Se n’era occupato persino il Corriere della Sera, che aveva inviato a Klagenfurt il suo Gian Antonio Stella, dove aveva parlato con gli autori degli articoli, verificando che si erano basati sul nulla.
L’arresto della cittadina ucraina in Polonia ci ha dato lo spunto per ricordare il caso di 35 anni fa e rilevare come fosse stato diversamente affrontato da quelli che in Austria vengono definiti “Boulvardzeitungen”, giornali popolari spesso scandalistici, e da un “Qualitätszeitung”, giornale di qualità, come la Kleine Zeitung. Per l’autore di questo blog è stata anche l’occasione per rendere omaggio a Peter Lexe, professionista serio, da tanti anni amico e collega, che ci ha lasciato prematuramente nel 2020.
NELLA FOTO, prima pagina de Il Gazzettino del 26 settembre 1990, che riporta l’articolo sulla presunta “mafia degli organi”.
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