Domenica 11 Ottobre 2026

Di Paracelso, celebre medico e alchimista del 16. secolo, si ricorda soprattutto una sua tesi che potrebbe valere anche oggi: “Nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”. Insomma, anche i cibi sani possono nuocere, se ingeriti in quantità esagerata, ma si può sopravvivere a un veleno se assunto in piccole dosi. Tuttavia, come a volte accade, sono proprio i maestri a trasgredire per primi le prescrizioni che essi stessi hanno dato. Si ritiene infatti che la causa della morte di Paracelso sia stata l’avvelenamento da mercurio, un tempo impiegato per il trattamento della sifilide e di altre malattie simili.

È soltanto una ipotesi, ma presto conosceremo la verità. I resti mortali di Paracelso, custoditi dal 1541 nella chiesa di San Sebastiano, a Salisburgo, sono stati riesumati, infatti, per iniziativa dell’Università cittadina e sottoposti ad analisi approfondite, utilizzando metodi scientifici moderni. Scopo del progetto – secondo quanto riportato nei comunicati stampa dell’Università e del Museo di Salisburgo – è acquisire nuove conoscenze sulla biografia, la storia medica e il contesto della sepoltura di Paracelso. Un ulteriore obiettivo è il confronto scientifico di un presunto frammento osseo di Paracelso, conservato al Museo di Salisburgo, con i resti rinvenuti nella sua tomba.

Le indagini sono andate ben oltre le analisi precedenti e hanno combinato metodi forensi, bio-archeologici, tossicologici e di biologia molecolare, in un approccio di ricerca congiunto. Il progetto è un esempio di interdisciplinarità contemporanea, poiché vede la collaborazione di esperti provenienti da antropologia, archeologia, biologia, medicina e storia.

Dal punto di vista medico, sono state utilizzate moderne tecniche di imaging, come raggi X e tomografia computerizzata. Inoltre, è stata condotta una valutazione morfologico-antropologica. Ciò significa che le ossa sono state esaminate e misurate per trarre conclusioni su dimensioni, patologie e sesso (se la vertebra cervicale rinvenuta all’esterno della tomba appartenesse a una donna, ciò escluderebbe la sua appartenenza allo scheletro di Paracelso). Questo approccio classico è supportato dall’analisi isotopica. Questa forma di analisi può restringere il campo di provenienza geografica, i luoghi di residenza e le abitudini alimentari. L’indagine è accompagnata dalla datazione al radiocarbonio, che può verificare l’età dei resti.

Tutte queste operazioni si sono svolte da maggio in poi. Per riesumare la salma, che ora è già stata rimessa al suo posto, era stato necessario il consenso del comitato etico dell’università. Il vasto materiae raccolto sarà ora esaminato e i risultati saranno resi noti e pubblicati il prossimo anno.

Paracelso, come è facile intuire, è uno pseudonimo. Il vero nome del medico-alchimista è Theophrastus Bombast von Hohenheim, nato nella città svizzera di Egg alla fine del 15. secolo e deceduto a Salisburgo il 24 settembre 1541. Figlio di un medico, crebbe principalmente a Villaco e studiò medicina a Vienna, Bologna e Ferrara. Sotto lo pseudonimo di Paracelso scrisse alcuni dei suoi pensieri sulla medicina e sulla teologia, ma si appassionò anche all’alchimia, all’astrologia e al misticismo e li collegò alla malattia.

NELLE FOTO, un ritratto di Paracelso del pittore Quentin Massys e la tomba dell’illustre medico nella chiesa di San Sebastiano, a Salisburgo.

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