Martedì 23 Aprile 2024

16-11-25-vienna-mostra-su-biedermaierlr-emiro-del-libano-di-jozsef-borsos-copiaLa Vienna che balza subito agli occhi del visitatore è la Vienna barocca, o quella più recente dello Jugendstil, o la Vienna della Ringstrasse, che, come sappiamo, non esprime uno stile, ma un’ammucchiata di stili, in un’epoca in cui gli architetti avevano la presunzione di poter raggiungere il sublime attingendo, o copiando, ciò che di meglio avevano costruito i loro predecessori nei secoli passati.

Ma, se cerchiamo uno stile che definisca l’identità di Vienna, quello è senza dubbio il Biedermeier. Non è uno stile che balzi subito all’occhio. Anzi, è nato proprio dall’esigenza di non balzare all’occhio, in contrapposizione allo sfarzo dello stile impero che lo aveva preceduto. Del resto, la stessa parola Biedermeier viene dal nome di un personaggio inventato della letteratura di metà ‘800, assurto a simbolo dell’uomo piccolo borghese, sobrio, riservato, il cui orizzonte si chiude nell’ambito della propria famiglia e della propria casa. E sobri, non sfarzosi ma abbastanza comodi e funzionali sono la sua casa e il suo arredo.

Lo stile Biedermeier definisce questo genere architettonico, che si estende anche al design del mobilio domestico e non solo, giungendo a coinvolgere anche le arti figurative e la musica. A differenza del barocco o dello Jugendstil (per non parlare di altri stili più remoti), che troviamo in tante altre parti del mondo, il Biedermeier è tipico dell’area tedesca e austriaca ed è tipico soprattutto di Vienna.

Non a caso. Il Biedermeier è un movimento che si sviluppa tra il 1815 e il 1848. Sono date, ovviamente, convenzionali: la prima indica il Congresso di Vienna e la Restaurazione, dopo il terremoto napoleonico; la seconda, i moti rivoluzionari scoppiati in mezza Europa, per porre fine agli Stati assolutistici e rivendicare Stati di diritto, retti non più dall’insindacabile potere del sovrano, ma da carte costituzionali.

In mezzo alle due date si assiste a una vera e propria rivoluzione sociale, che vede affermarsi – in Austria più che altrove e a Vienna soprattutto – una nuova classe sociale piccolo borghese, che chiede di vivere in case modeste, ma decenti, e non più in stalle, con mobili veri, come quelli dei “signori”, anche se meno pretenziosi, e, soddisfatti i bisogni primari, avverte la necessità di adornare le pareti con qualche quadro e persino di suonare qualche strumento musicale, perché anche lo spirito vuole la sua parte.

Per comprendere appieno la “civiltà austriaca” dell’800 – da questo punto di vista molto più evoluta di quella media europea e non parliamo, per amor di patria, di quella italiana – si può partire da qui, dal Biedermeier, fenomeno artistico e culturale, prima che architettonico, che sottintende la nascita di una società più giusta, più equilibrata nelle sue classi e nella distribuzione del reddito, più democratica e, in ultima analisi, più libera.

Un’espressione spesso trascurata del “mondo Biedermeier” è rappresentata dalla pittura. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che è meno appariscente dell’architettura, che invece è sotto gli occhi di chiunque metta piede a Vienna (a chi avesse l’occasione di farlo nelle prossime settimane, suggeriamo caldamente una passeggiata nello Spittelberg, un rione a ridosso del MuseumQuartier, dove gran parte degli edifici sono autentici esempi di Biedermeier ben conservato, e dove le piazzette e i vicoli nelle quattro settimane dell’Avvento si illuminano di mercatini di Natale, di quelli autentici, fatti per i viennesi e non per i turisti).

Dicevamo della pittura Biedermeier trascurata. È una grave lacuna, a cui la galleria del Belvedere pone ora rimedio con una grande mostra di fine anno, dal titolo “È questo Biedermeier? Amerling, Waldmüller e altro ancora”. Al centro dell’esposizione, ospitata nel palazzo del Belvedere inferiore, fino al 12 febbraio, c’è la pittura austriaca della prima metà dell’800 e lo sviluppo dell’arte nella capitale imperiale, come appare nei ritratti, nei paesaggi, nella pittura di genere. È un fenomeno che incomincia a fiorire intorno al 1830, ma i cui effetti si allungano ben oltre la metà del secolo.

Tecnicamente parlando, il Biedermeier dovrebbe concludersi con i moti di marzo del 1848 (ragion per cui il movimento viene definito anche “Vormärz”, che significa “prima di marzo”), ma in realtà la pittura Biedermeier continua anche dopo: cambiano i contenuti, perché i moti rivoluzionari e quel che ne segue lasciano traccia, ma lo stile pittorico e compositivo rimane lo stesso ancora per qualche decennio.

Il titolo della mostra ha proprio per questo un punto interrogativo. Perché la curatrice Sabine Grabner si interroga e invita i visitatori a interrogarsi fino a che punto le opere possano considerarsi ancora appartenenti al mondo Biedermeier. L’offerta espositiva è molto ampia. Comprende non soltanto tele prelevate dai depositi del museo del Belvedere, che custodisce la collezione più importante al mondo di opere della pittura austriaca dell’800, tra cui molti capolavori.

Per consentire una visione più completa del fenomeno di cui stiamo parlando, alle opere “di casa” ne sono state affiancate altre ottenute in prestito da collezioni dell’Alta Italia, della Slovenia, dell’Ungheria e della Cechia, vale a dire da alcune delle terre più importanti della corona absburgica dell’800. Così, accanto ai dipinti dei viennesi Waldmüller e Amerling, i cui nomi sono menzionati nel titolo della mostra, troviamo i ritratti e i quadri di genere dell’ungherese József Borsos, i vigorosi paesaggi del ceco Berich Havránek, i personaggi dipinti a Milano da Francesco Hayez, gli espressivi ritratti di Giuseppe Tominz, pittore nato a Gorizia, ma operante a Trieste, e quelli di Giuseppe Molteni, giunti dal Piemonte.

La mostra “È questo Biedermeier?” è l’ultima organizzata dal museo del Belvedere di Vienna sotto la direzione di Agnes Husslein-Arco, il cui incarico era in scadenza al 31 dicembre e non le è stato più rinnovato, per le accuse che le erano state rivolte di non aver rispettato alcune norme del codice etico dell’istituzione. Il suo incarico sarà assunto da Stella Rollig, attuale direttrice del Lentos Museum, museo di arte contemporanea di Linz.

Gli anni di Husslein-Arco al Belvedere, dal 2007 a oggi, sono stati caratterizzati da un’intensa attività scientifica ed espositiva, che probabilmente rimpiangeremo. La direttrice non sarà sicuramente rimpianta invece dai suoi collaboratori. Alle sue notevoli doti organizzative e artistiche, si è accompagnato infatti un atteggiamento dispotico nei confronti dei dipendenti, che l’aveva portata a licenziarne subito 19, non appena messo piede al Belvedere, dopo che aveva fatto lo stesso nel precedente incarico alla direzione del Museo d’arte moderna di Salisburgo, dove aveva rimpiazzato gran parte del personale già nell’arco del primo anno.

 

SOTTO IL TITOLO, l’Emiro del Libano, dell’ungherese József Borsos, nella tela che il Museo di Budapest  ha prestato a Vienna per la mostra.

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