Ma che sta succedendo al Ministero austriaco delle Finanze? Mentre è in corso il processo a carico di August Wöginger, capogruppo dell’Övp (Partito popolare) in Parlamento, accusato di aver procurato a un amico sindaco (ovviamente anch’egli dell’Övp) il posto di direttore di un Ufficio delle imposte, si apre un nuovo caso (che tanto nuovo non è, ma a noi qui interessa soltanto la sua ultima fase). La Procura anticorruzione (Wirtschafts- und Korruptionsstaatanwaltschaft, in sigla WKStA) ha formalizzato le accuse contro l’ex ministro delle Finanze Hans Jörg Schelling (anche lui dell’Övp), l’imprenditore Siegfried Wolf e l’ex direttore di un Ufficio delle imposte nella Bassa Austria. Le accuse includono abuso d’ufficio, corruzione e concussione. L’atto d’accusa è già stato esaminato dal Ministero della Giustizia, che non ha sollevato obiezioni perché la Procura possa procedere.
L’imputazione nasce da un episodio che risale ai primi del 2018, quando Schelling (nella foto) aveva appena lasciato l’incarico ministeriale. Wolf, amico di Schelling, si era rivolto a una dirigente degli uffici finanziari per chiedere uno sconto fiscale di 630.000 euro. In cambio l’imprenditore si sarebbe impegnato a far ottenere alla dirigente il trasferimento in un ufficio più vicino a casa.
A questo punto era intervenuto Schelling, non più ministro, ma con un certo peso all’interno dell’Övp. Schelling si era rivolto a Thomas Schmidt, allora segretario generale al Ministero delle Finanze (ma soprattutto esponente dell’Övp appartenente a quello che allora veniva definito il “cerchio magico” di Sebastian Kurz), per sollecitarlo a far avere alla funzionaria il trasferimento desiderato e per assecondare la richiesta di sconto fiscale di Wolf.
Questi, in sintesi, i termini dell’accusa nei confronti di Schelling, Wolf e della dirigente delle finanze, per i quali, fino a sentenza di condanna definitiva, si presume l’innocenza. L’avvocato di Wolf, per esempio, sostiene la non colpevolezza del suo assistito, perché il trasferimento da un ufficio all’altro promesso non configurerebbe il reato di corruzione, perché la funzionaria delle finanze avrebbe continuato a svolgere le stesse funzioni in un’altra sede, senza alcun vantaggio economico. A sua volta, l’avvocato di Schelling non avrebbe esercitato alcuna pressione su Schmid, ma si sarebbe limitato a chiedergli un appuntamento per un innocente colloquio.
Chi sia questo Schmidt lo sappiamo già. È coinvolto in più procedimenti penali per malversazione e corruzione, dai quali forse riuscirà a cavarsela con poco, perché ormai da tempo è diventato “Kronzeuge” (“testimone della corona”). Equivale all’incirca al ruolo che noi attribuiamo ai collaboratori di giustizia. L’ultima volta che avevamo avuto occasione di parlare di lui risale al 10 marzo scorso.
Il nuovo caso riguardante le accuse a Schelling e Wolf ci consente, an passant, di richiamare l’attenzione su una particolarità del sistema processuale penale austriaco. Quando un procedimento riguarda personaggi che contano – non solo politici, anche esponenti di spicco dell’economia e della finanza – la Procura che indaga deve riferire al Ministero della Giustizia, tramite la Corte di appello, per essere autorizzata a proseguire l’azione.
Non si tratta di una vera e propria interferenza del potere politico in quello giudiziario, come era in passato. Il Ministero concede o nega l’autorizzazione sulla base di un parere formulato da una commissione di esperti (Weisungsrat) e comunque deve poi riferirne in Parlamento. Da anni l’autorizzazione è sempre stata concessa, ma l’esistenza stessa di questo istituto, mai cancellato dall’ordinamento giuridico austriaco, lascia intendere una subordinazione della magistratura inquirente al governo. Non dell’intero ordinamento giudiziario, ma solo delle Procure di Stato, che in Austria sono separate dalla magistratura giudicante. Come prevedeva in Italia la legge recentemente bocciata con il referendum.
[Foto Thomas Jantzen]
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