Con una condanna con pene fino a oltre 3 anni di reclusione si è concluso al Tribunale di Vienna il processo a carico di sei giovani, tra i 14 e i 17 anni, che avevano violentato, torturato, ricattato e derubato una professoressa di 30 anni di una scuola superiore della città. Ne avevamo dato notizia il 7 ottobre scorso. Le pene sofferte dalla donna per oltre sei mesi, dal luglio 2024 allo scorso gennaio, erano state definite dalla stampa austriaca un “Martyrium”.
Un vero martirio determinato, come a volte accade, da un “errore” iniziale ammesso dalla stessa vittima: l’aver ceduto all’attrazione sessuale nei confronti di un giovane che era stato suo studente. Nulla di penalmente rilevante, sia ben chiaro, perché il ragazzo, benché non ancora maggiorenne, aveva un’età che in cui poteva decidere liberamente delle sue relazioni e quella con la professoressa era stata consensuale. Inoltre il giovane non era più allievo della scuola, per cui non sussisteva un rapporto di subalternità docente-discente.
Tuttavia le voci sulla loro relazione erano presto circolate e altri giovani ne avevano approfittato sfruttando l’arma del ricatto. A loro volta, per stare zitti, avevano preteso dall’insegnante prestazioni sessuali, aiuti in denaro per comprare sostanze stupefacenti, persino l’uso dell’appartamento per organizzare festini. La professoressa aveva cercato di resistere, ma alla fine aveva ceduto alle pressioni sempre maggiori dei suoi persecutori, per il timore di perdere il lavoro se la sua vicenda fosse stata segnalata alla direzione scolastica. La decisione di porre fine al “Martyrium” e di denunciare le violenze subite era venuta dopo che alcuni del gruppo avevano appiccato il fuoco al suo appartamento.
Interrogati in Tribunale, gli imputati hanno manifestato una sconcertante indifferenza per le sofferenze causate alla loro vittima, riferendo in dettaglio le violenze di cui si erano resi protagonisti con un linguaggio da film porno e tentando di suscitare l’impressione che la donna fosse incline a rapporti sessuali con minori. I giudici non gli hanno creduto, ritenendo la versione fornita dalla vittima “assolutamente convincente”.
La condanna più elevata, 3 anni e mezzo di reclusione, è stata inflitta a un quindicenne di nazionalità irachena; 3 anni a un diciassettenne rumeno (per entrambi senza condizionale). Le altre condanne: 15 mesi di reclusione (di cui 5 senza condizionale) a un afghano di 15 anni; 18 mesi di reclusione all’unico austriaco della banda (di cui 6 senza condizionale); 12 mesi a un altro afghano di 14 anni (quello che aveva tentato di incendiare l’appartamento); 4 mesi con la condizionale a un sedicenne privo di cittadinanza.
Le condanne non sono affatto lievi, come potrebbe sembrare, considerando che per i minori – come gli imputati del processo – le pene devono essere dimezzate.
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